La catena alimentare britannica rimane ancora troppo suscettibile a certi eventi distruttivi. Infatti, mentre il sistema è ben preparato a trattare alcune emergenze, come per esempio gli
uragani o gli attacchi terroristici, rimane paradossalmente meno preparato a gestire i casi di crisi in realtà più ovvi e prevedibili (contaminazione dei prodotti, etc.). In
particolare, per le industrie alimentari, i vincoli delle risorse (soldi e forza lavoro) e la mancanza di esperienza stanno ritardando lo sviluppo di un sistema di gestione della
continuità negli affari (BCM), che preveda anche una gestione a livello preventivo delle crisi in campo di sicurezza alimentare. Le aziende, infatti, sarebbero riluttanti ad investire in
misure di prevenzione costose, che risulterebbero ridondanti all’interno del loro sistema operativo. Poche aziende si sono mosse in anticipo sulla gestione delle crisi di sicurezza
alimentare, introducendo un sistema di BCM. 
Queste sono le principali conclusioni di uno studio condotto dall’Università di Cranfield per il Defra (Dipartimento dell’ambiente e degli affari rurali e alimentari britannico),
intitolato: “Resilienza nella catena alimentare: uno studio sulla gestione della continuità negli affari (BCM), nel settore dell’industria alimentare e delle bevande.” Lo studio ha
coinvolto 61 dirigenti da 28 organizzazioni del settore alimentare, tra cui alcune delle industrie più grandi, più note e maggiormente impegnate nella ricerca, del Regno Unito e
del mondo. In particolare, esso ha preso in considerazione un approccio sistemico, coinvolgendo alcune delle catene di supermercati, i grossisti, le compagnie che producono alimenti e bevande e
i loro fornitori, le società che si occupano dei trasporti e anche alcune associazioni di industria.

** Un’analisi di questo genere non ci risulta essere già stata condotta in Italia. Nel Regno Unito, pesa la tendenza crescente al risparmio nell’industria alimentare: non è
possibile mantenere nessuna “riserva” per le emergenze. L’impatto, a volte, è quindi severo: se uno stabilimento viene bloccato, un’azienda non può più portare il prodotto
sul mercato. Si tratta di un argomento di riflessione anche per il nostro sistema alimentare, che è il terzo della UE, dopo Germania e Francia, e può permettersi sempre meno
errori.

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