“Il vero rischio per l’occupazione è quello di mantenere le cose come stanno o peggio, arrivare ad una riforma di “parziale disaccoppiamento”, che oltre a
perseverare nel mantenimento di tutte le inefficienze ed incapacità delle nostre industrie, provocherà anche la perdita di risorse che rimarranno alla UE anziché arrivare
alle nostre imprese, sia agricole che di trasformazione”.

Secondo Coldiretti Ferrara lo status quo equivarrebbe a morte certa per l’agricoltura italiana e stupisce molto che i sindacati dei lavoratori siano così attivi al fianco di quegli
industriali che non mostrano certo la stessa “sensibilità”.

Il vero motivo della crisi agricola, secondo Coldiretti, è nella “scarsa remunerazione dei prodotti, che sta già disincentivando la coltivazione di più di una
coltura, anche di quelle che sino a pochi anni fa erano indicate come quelle “sicure””.

Ma di sicuro oggi, invece, c’è l’evidenza di prezzi che ormai non coprono più i costi di produzione.

“Non c’è stata nessuna riforma – riprende l’associazione – che ha riguardato il pomodoro, ad esempio, eppure tra il 2004 ed il 2006 si sono persi circa 10.000
ettari in Emilia-Romagna”.

E negli ultimi dieci anni, sempre nella nostra regione, sono quasi 7 al giorno le aziende agricole che sono sparite, più di 27.000 tra il 1997 ed il 2007.

“Domanda: stanchi di lavorare o piuttosto di non riuscire a ricavare un reddito?”, si chiede Coldiretti, per la quale “si tratta pur sempre di posti di lavoro, spesso di
intere famiglie, con riflessi su tutto quello che si chiama in gergo “indotto”: fornitori di materie prime, di macchine, ecc. ecc. e ovviamente anche di manodopera e ci sono tutti i
dati che lo confermano. Il timore dei sindacati, pur legittimo, riguardo ristrutturazioni comunque necessarie, del sistema agroalimentare nazionale, non dovrebbe andare di pari passo, come sta
accadendo, con la difesa di un sistema che sottrae risorse alle imprese agricole (e le costringe a chiudere) per coprire inefficienze e incapacità del mondo della trasformazione”.

Coldiretti sostiene il disaccoppiamento totale come strumento “formidabile per fare trasparenza sui finanziamenti, per ridare senso alla cultura di impresa ed alla capacità di
competere sul mercato, rendendo giustizia agli imprenditori capaci ed alle filiere virtuose, oggi confuse nel marasma fuorviante di aiuti comunitari ai quali attingere per “coprire”
troppo spesso inefficienze e costi fuori mercato”.

“Non mancano d’altra parte già ora gli esempi degli effetti del disaccoppiamento sulle colture: i cereali, come il grano duro e tenero, negli ultimi anni hanno aumentato
superfici, rese e prezzo. Oltre che migliorato la qualità, tornando appetibili per gli agricoltori e di interesse per le industrie – aggiunge l’organizzazione -.

Una coltura soggetta al disaccoppiamento parziale, come il tabacco, sta invece mostrando perdita di superfici e di prezzo”.

La stessa vicenda del settore saccarifero “deve farci riflettere e farci comprendere – continua Coldiretti – che se a fronte di eccezionali risorse che la UE ha destinato
all’Italia, con un taglio di circa il 50% delle quote di produzione interamente compensato dal punto di vista finanziario, (cosa non avvenuta in altri Paesi Europei, come Germania e
Francia, che pure hanno subito un “taglio” nell’ordine del 30%), in un settore dove le nostre industrie non avevano margini di competitività, quindi costrette comunque
a chiudere e dove la coltura non aveva redditività in tutte le regioni, si è preferito dismettere anziché investire e rimanere a fare zucchero (tra l’altro con prezzi
mondiali in aumento sensibile), oppure riconvertire in altre attività capaci di produrre reddito e posti di lavoro, la colpa non può essere addossata agli agricoltori, ma
all’atteggiamento di “profitto” degli industriali zuccherieri italiani, che hanno evidentemente più propensione a “fare cassa” di fior di milioni (di euro),
piuttosto che intraprendere e rischiare”.

Disaccoppiamento totale ed origine obbligatoria continuano ad essere, secondo Coldiretti, le due pedine fondamentali per ridare fiato alla nostra agricoltura e nel mantenimento delle aziende
agricole a vantaggio dell’occupazione in generale, dell’economia nazionale, della sicurezza alimentare. “Viceversa – sottolinea l’organizzazione – si perdono
risorse, si affossano imprese agricole, si lascia in opera un sistema che premia l’inefficienza e l’arte della finta rappresentanza, aprendo le porte ad importazioni sempre
più massicce ed incontrollabili di prodotti alimentari, che ormai arrivano a prezzi competitivi già pronti per gli scaffali dei supermercati, senza alcun passaggio in fabbriche
italiane, quindi senza tenuta di quell’occupazione che lo sciopero proclamato per questo fine settimana vorrebbe tutelare e che invece contribuisce ad affossare”.

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