Rose’ e rosati, fermi e bollicine: perchè in italia non decollano?

Rose’ e rosati, fermi e bollicine: perchè in italia non decollano?

ROSE’ E ROSATI, VINI FERMI E BOLLICINE. PERCHE’ IN ITALIA NON DECOLLANO?
PRIMA UNA STRATEGIA DA GRANDE SQUADRA, POI LE SCELTE IDENTITARIE E TERRITORIALI. MA TANTA CHIAREZZA VERSO IL CONSUMATORE

La produzione di vini italiani rosè-rosati non solo è in crescita ma la qualità è notevolmente aumentata negli ultimi anni. Certo è che esiste una pluralità di forme, denominazioni, indicazioni, generici da tavola, vivaci e frizzanti, nonché spumanti con vari metodi… tutti prodotti nello stesso territorio e/o area regionale un po’ più ampia.

Il consumatore, oggi anche grande enoturista (almeno quello che beve vino a casa), desidera avere riferimenti geografici, più semplici, più diretti. Forse il tempo dell’approfondimento personale, con anche corsi didattici, è finito da un po’ e vince la comunicazione lampo, veloce, soggettiva e interattiva, online, per cui occorre fornire “identità” chiare.

Una recente degustazione, anche comparata con etichette francesi e spagnole, ha riportato significativi successi, un aumento vertiginoso della qualità dei vini rosè-rosati italiani, nuove etichette, vecchie denominazioni riscoperte, nuove interpretazioni di vitigni notoriamente rossi. Dai dati diffusi a Vinitaly da qualche esperto in materia, o presunto tale, le 5 denominazione storiche producono in totale poco più di 20 milioni di bottiglie con il Bardolino doc chiaretto che da solo supera il 50 % del totale, bene il Cerasuolo d’Abbruzzo con 1 bottiglia ogni 5 prodotte (4 milioni di pezzi circa venduti all’anno), mentre Valtenesi Chiaretto, Salice Salentino e Castel del Monte producono circa 3 milioni di bottiglie.

Bene quindi qualunque patto o accordo per fare squadra, per promuovere insieme. Sembra però che al difuori delle DO storiche la produzione si aggiri su circa 80 milioni di bottiglie, 4 volte tanto (ma è un dato “nasologico” poiché i codici di vendita e di dogana non aiutano figurando sotto “vino rosso”) . Ben venga un lavoro collettivo non solo fra i consorzi di tutela delle DO, ma allargherei l’impegno a tutto il comparto. Gelosie di nome o menzione, quando si decide di partire per un progetto di grande spessore e soprattutto per una novità assoluta, è meglio allagare la squadra, coinvolgere tutti, poi sarà il percorso, la storia, le volontà, le scelte a determinare i passi successivi.

I vini rosati italiano hanno sempre stentato ad emergere, sono sempre stati considerati come un ripiego, non c’è – a parte alcune isole fortunate – una storia italica. In Lombardia, in Puglia, in Sicilia, in Campania, in Abbruzzo troviamo nei decenni passati esempi di grandi prodotti con grandi successi all’estero. Ora il Chiaretto di Bardolino sembra che abbia aperto una nuova strada. Quello che doveva essere il Cruasè per le bollicine metodo tradizionale in Oltrepò Pavese e quello che da qualche anno sta avvenendo sulle rive lombarde del lago di Garda con qualche azienda che ha scommesso tutto sul “rosè”. Uve come Groppello, Corvina, Nebbiolo, Cerasuolo, Negroamaro, Copertino, Barbera ed altri…. si prestano a produrre grandi prodotti.

C’è bisogno di una squadra grande e forte, poi di una chiara identificazione dell’identità tipologica geografica, quindi un grande perso al rapporto valore/identità. Questo è la strada per uscire dall’impasse che vive il mercato italiano. Non più un rosato “mix” o intermezzo fra il banco e il rosso, ma un capitolo a se stante, una storia diretta. Certo il sistema-francese è molto più chiaro: 5 milioni di euro l’anno sono investiti dai produttori di vini rosè in Francia per ricerca, sviluppo, valorizzazione e promozione avendo già ben definite le tre aree principali di produzione, oltre ad una forte squadra delle bollicine rosè fra Champagne e il Rodano, con l’università di Montpellier a guidare la macchina. La sola Francia produce ( e vende e spedisce) circa 350 milioni di bottiglie di vini “rosati”, appositamente classificati fra Aoc e Altri vini.

E l’investimento è soprattutto dei produttori francesi. Bisogna investire, questo è il mantra. Tutto il resto sono solo dichiarazioni e intenti. Bisogna entrare nella mentalità del consumatore, dare una risposta alla domanda. Bene fare eventi, ma prima bisogna definire una strategia. Per questo il nuovo ministero dovrà prevedere un ritorno alla promozione sul mercato nazionale e interno all’Europa: non bisogna dare per scontato che il calo dei consumi di vino nel vecchio continente sia irrecuperabile. Si può fare un recupero.

Giampietro Comolli
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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
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