“La salmonella, o meglio le salmonelle”, spiega Piero Vernia, docente di Gastroenterologia alla “Sapienza” di Roma, “sono batteri gam-negativi responsabili di varie manifestazioni cliniche: si
va dalle gastroenteriti acute alla febbre tifoide e, molto più raramente, a gravi infezioni sistemiche, osteomieliti e meningiti. L’evento di gran lunga più frequente è la
gastroenterite, dovuta a salmonella non tifoidea: rappresenta il 10-30 per cento delle gastroenteriti acute”.

Crampi all’addome, nausea, vomito, seguiti da abbondante diarrea acquosa, sono i sintomi che compaiono tra le 8 e le 48 ore dopo l’ingestione del cibo contaminato. I disturbi, che possono
essere accompagnati da febbre, scompaiono in 2-5 giorni senza bisogno di terapia. I soggetti a maggior rischio, precisa Lucio Lucchin, direttore di Dietetica e Nutrizione Clinica, Azienda
Sanitaria Bolzano, “sono ammalati cronici, donne in gravidanza, persone immunocompromesse, bambini piccoli, anziani, soprattutto se vivono soli e i ragazzi che sempre più spesso si
preparano i pasti in assenza dei genitori”. Una volta contratta la tossinfezione, va evitata la disidratazione, soprattutto in bambini piccoli e persone anziane.

“Pollame e uova”, dice Vernia “sono gli alimenti più frequentemente responsabili. Il guscio risulta contaminato nello 0,01-0,001 per cento dei casi e la sua manipolazione può
portare a inquinare l’alimento, soprattutto se si usano uova crude o poco cotte”. Ma bisogna considerare, aggiunge Lucchin “anche i batteri venuti in contatto direttamente o indirettamente con
l’intestino e la cute, dove le salmonelle trovano terreno idoneo per crescere. In sostanza occorre essere prudenti con carni bovine, suine, uova non pastorizzate e derivati (dolci, maionese),
panna, frutti di mare e vegetali non sufficientemente puliti, che ricevono le salmonelle per via crociata, cioè con acqua contaminata, superfici di lavorazione e utensili venuti a
contatto con i batteri”.

Lucia Manna

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