Scarto del Pesce? Un mito da sfatare

Scarto del Pesce? Un mito da sfatare

Secondo il Wwf, martedì 9 luglio l’Europa ha finito l’autosufficienza alimentare derivante dal mare. Nel senso che tutto il pesce che mangeremo nella seconda metà dell’anno sarà importato. In effetti, in alcune pescherie bisogna fare un mutuo prima di entrare… e anche nella ristorazione non si scherza.

Che ne dice di uno bello e gustoso scorfano nero, di un cefalo o di un pagello bastardo? Difficile infatti che nei ristoranti vengano proposti agli amanti (ma siamo certi anche intenditori…?) del pesce. Per non parlare del più tradizionale spaghetto alle vongole dove i gustosi molluschi potrebbero essere sostituiti da lumachini, garuse e murici gustossimi, anch’essi “preda” dela pesca con i turbosoffianti.

E intanto le nostre città ospitano pescherie che sembrano boutique tanta è la bellezza e la grazia con cui le specie ittiche, di pregio, vengono proposte all’acquirente. Oppure gioiellerie, visto che le quotazioni sono elevate per le qualità rare e dal taglio superiore, mentre tutto il resto – al pari delle pietre dure e semipreziose – viene annoverato alla voce “scarto“.

Noi, però, finiamo così con il conoscere una parte del patrimonio ittico edibile e disponibile. Il resto? Buttato a mare… sembra una battuta ma non lo è.

Eppure il pesce è un cibo importante per l’umanità, da non sprecarsi. Sono 3 i miliardi di persone che mangiano pesce e, soprattutto, sono 400 i milioni di persone che traggono dal pesce il 50% del loro fabbisogno proteico. Ma questi dati – di cui forse non si è del tutto consapevoli – non bastano a proteggere il pescato da un uso insipiente…

Spesso ci ritroviamo a dire che il pesce “costa caro come l’oro” ma non è una questione di disponibilità. Anzi. Basti pensare che in media solo il 20% di quello che finisce nelle reti imbocca la strada del commercio e delle nostre tavole, il resto è “scarto”. Ributtato a mare, morto o morente, creando grandissimi danni biologici ed ecologici: primo perché molti pesci rigettati sono giovani che non hanno completato il loro ciclo riproduttivo, secondo perché lo scarto incide sulla struttura della catena alimentare.

Recenti studi della FAO (Food and Agricolture Organization) stimavano in circa 27 MILIONI DI TONNELLATE il pesce scartato a livello mondiale annualmente: l’equivalente di 4,5 milioni di elefanti africani. In Mediterraneo le stime ottimistiche si aggiravano sulla decina di migliaia di tonnellate. I numeri sono impressionanti soprattutto se si considera la perdita di ottime proteine nobili utili al consumo umano.

Con la crescente preoccupazione per l’ambiente e per il suo sviluppo sostenibile ci si interroga su che cosa l’uomo possa e debba fare per tutelare l’ambiente marino ed il patrimonio ittico.

Le azioni possibili sono almeno su due fronti: quello della raccolta e della domanda.

La modifica degli elementi utilizzati per la cattura del pesce potrebbe consentire ai pesci cosiddetti sottotaglia (ovvero di dimensioni e caratteristiche che non li rendono idonei alla commercializzazione) di sfuggire alle trappole delle reti e tornare a nuotare liberi, completando spesso anche il loro ciclo di sviluppo.

Ma non basta… oggi le abitudini alimentari di chi opta per il pesce si riferiscono a tipologie, poche, ben identificate, che proprio in virtù di questo acquistano una nobiltà commerciale che si riflette sul prezzo al dettaglio. Ma, e chi davvero se ne intende lo può confermare, si può andare oltre branzini ed orate.

Coscienza ecologica, per il mare, e resilienza gastronomico – consumistica possono fare molto. Provare per credere… come è avvenuto di recente a valle di una interessantissima conferenza promossa a TRIESTE dall’OGS, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, che ha messo a confronto, e conciliato, le esigenze di cervello e palato.

Franco Vergnano
Newsfood.com

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