Secondo il Tribunale di Torino non è reato accedere alla casella e-mail personalizzata del dipendente in presenza di un'adeguata policy aziendale

Secondo il Tribunale di Torino non è reato accedere alla casella e-mail personalizzata del dipendente in presenza di un’adeguata policy aziendale
L’ e-mail aziendale appartiene al datore di lavoro. In relazione al reato di cui all’art. 616 c.p. il fatto non sussiste qualora, anche in presenza di adeguata policy aziendale (o Regolamento
aziendale) , il datore di lavoro acceda alla casella personalizzata del dipendente.
L’articolo 616 del codice penale punisce (tra l’altro) “… chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, a fine di
prenderne o di farne da altri prendere cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta , ovvero, in tutto o in parte, la distrugge o sopprime, è punito, se il fatto non
è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire sessantamila a un milione (..) agli effetti delle disposizioni di questa
sezione, per corrispondenza s’intende quella epistolare, telegrafica o telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a distanza”.

I fatti
T. G. con decreto di citazione a giudizio emesso in data 23.03.2004 veniva evocato dinanzi al Tribunale di Torino – sezione distaccata di Chiasso – per rispondere del reato di cui all’art. 616
c.p..
E’ risultato come in Settimo Torinese l’imputato, nella qualità di Key Account Manager XXX della XXX S.p.a. abbia preso cognizione della corrispondenza informatica, in partenza dalla
casella di posta elettronica di M. R., anch’essa dipendente della XXX S.p.a. nonchè sottoposta alla sua direzione, e diretta a L. M., altro dirigente della società all’epoca
trasferito ad altro incarico.
La M. lavorava per T.G. ed in assenza della stessa T.G., avendo bisogno di documentazione pertinente a lavori che la M. svolgeva, e, poiché la procedura aziendale dava la facoltà
a T.G. di entrare nei dati del computer della M. e quindi nei circuiti dell’azienda, faceva una ricerca e trovava i documenti e altra documentazione non consona al lavoro che la stessa
svolgeva. Essendosi consultato col direttore del personale dell’azienda, ne seguiva la procedura di licenziamento disciplinare della M., peraltro impugnata dalla medesima, per violazione dei
doveri inerenti al rapporto di lavoro. Infatti, secondo la società, la M. ha inviato messaggi di posta elettronica, non autorizzati, contenenti dati ed informazioni riservate di
carattere strategico aziendale relativi alla politica commerciale ed ai prezzi del proprio settore, a persona non più coinvolta nell’area di sua competenza.
Con sentenza del 20.06.2006 il Tribunale di Torino assolveva T. G. dal reato allo stesso ascritto perchè il fatto non sussiste.

I motivi della decisione
Nel caso esaminato il Tribunale ha rilevato che la società XXX spa aveva comunicato la possibilità di controlli sull’utilizzo della posta elettronica attraverso disposizioni
aziendali adottate con protocollo aziendale relativo alla “Information System Security”, pubblicizzato nel 2000 in cui veniva espressamente precisato che “… La strumentazione informatica e
quanto con essa creato è di proprietà aziendale in quanto mezzo di lavoro. E’ pertanto fatto divieto di utilizzo del mezzo informatico e delle trasmissioni interne ed esterne con
esso effettuate per fini ed interessi non strettamente coincidenti con quelli della Società e con i compiti ai singoli dipendenti affidati… Tutti i sistemi… che procurano ed
elaborano informazioni e le informazioni stesse sono patrimonio del Gruppo che si riserva il diritto di ispezionare, esaminare e monitorare in qualsiasi momento e senza avviso alcuno il proprio
sistema di comunicazioni elettroniche, ivi compresi i messaggi creati, ricevuti o spediti dal sistema aziendale”. Ed ancora: “… Ogni computer e postazione di lavoro deve essere protetta da
password. Il dipendente ha altresì l’obbligo di comunicare la nuova password adottata, e ad ogni sua variazione, in busta chiusa firmata e datata di suo pugno, al suo diretto superiore
gerarchico. Questi in caso di emergenza e/o di assenza del lavoratore, avrà diritto di accedere al suo computer ed ai suoi contenuti per esigenze di carattere lavorativo, utilizzando la
password comunicata”.
Il Tribunale, dunque, ha desunto che :
a) la “personalità” dell’indirizzo non significa “privatezza” del medesimo poiché l’indirizzo aziendale proprio in quanto tale può sempre essere nella disponibilità
di accesso e lettura da parte di soggetti diversi, sempre appartenenti all’azienda al fine, ad esempio, di consentire la regolare continuità della attività aziendale nelle
frequenti ipotesi di sostituzioni di colleghi per ferie, malattia oppure gravidanza;
b) che non sembra dunque potersi ravvisare un elemento essenziale della fattispecie delittuosa di cui all’art. 616 c.p., apparendo infatti corretto ritenere che i messaggi inviati tramite
l’e-mail aziendale del lavoratore rientrino nel normale scambio di corrispondenza che l’impresa intrattiene nello svolgimento della propria attività organizzativa e produttiva e,
pertanto, devono ritenersi relativi a quest’ultima, materialmente immedesimata nelle persone che sono preposte alle singole funzioni: le attrezzature, comprese quelle informatiche, devono
allora reputarsi direttamente correlate alla funzione del soggetto che nel frangente rappresenta l’impresa e, solo in via mediata, assegnate alla singola persona comunque fungibile nel rapporto
col mezzo medesimo;
c) che non può neppure ritenersi assimilabile la posta elettronica a quella tradizionale;
d) che, leggendo la posta elettronica contenuta sul personal computer del lavoratore, non si possa verificare un non consentito controllo sulle attività di quest’ultimo atteso che l’uso
dell’e-mail rappresenta un semplice strumento aziendale e che, come tutti gli altri strumenti di lavoro forniti dal datore di lavoro,rimane nella completa e totale disponibilità del
predetto senza alcuna limitazione.
e) che, nel caso esaminato, la configurabilità del reato di cui all’art. 616 c.p. dovrebbe egualmente essere esclusa sotto il profilo soggettivo alla luce della totale mancanza di dolo
nel comportamento di T. G..
f) che l’accesso alla casella di posta elettronica operato dal T., e peraltro autorizzato dal responsabile dell’ufficio del personale di Torino, risulta essere avvenuto per motivi assolutamente
connessi allo svolgimento della attività aziendale, oltre che in assenza della lavoratrice, in una situazione nella quale non vi era altro modo per accedere a quelle necessarie
informazioni e comunicazioni che diversamente se non ricevute ovvero recepite con ritardo avrebbero potuto verosimilmente arrecare un evidente pregiudizio economico e non solo alla
società.

Conclusioni
La sentenza del Tribunale di Torino – sezione distaccata di Chiasso – si basa sulla considerazione che i messaggi inviati dal dipendente, attraverso la e-mail
dell’impresa, costituiscono corrispondenza aziendale e non del lavoratore.
Nella motivazione si è osservato che i computer utilizzati dai dipendenti della società XXX S.p.a. fossero da considerarsi equiparati ai normali strumenti di lavoro dalla
società forniti loro in dotazione per lo svolgimento esclusivamente della attività aziendale.
In definitiva il Tribunale ha reputato assorbente, ai fini della pronuncia nei confronti dell’imputato di una sentenza assolutoria con la formula perché il fatto non sussiste,
l’argomentazione secondo cui la personalità dell’indirizzo di posta elettronica attribuito ad un dipendente dal suo datore di lavoro non comporta la segretezza dei messaggi dallo stesso
inviati e non configura, pertanto, il reato di violazione di corrispondenza la condotta del datore di lavoro che li legga accedendo alla relativa casella ponendo lo stesso in essere, nella
fattispecie, solo un uso di beni aziendali esclusivamente affidati ai dipendenti per ragioni di servizio.

Matteo Mazzon

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