Ed ecco un altro capitolo del libro di Francesca Negri, è il quarto:

Era stato solo nell’ultimo anno e mezzo che Zoe, Alice, Alessandra, Giulia e io ci eravamo legate molto, nonostante ci conoscessimo da circa quindici anni. Quando andavamo alle scuole superiori
frequentavamo tutte la stessa compagnia di amici, ognuna di noi per motivi diversi: Alice ed io per via dei nostri rispettivi fidanzati di allora, Zoe per via di Alessandra, amica di uno dei
ragazzi del gruppo, e Giulia perché cugina di una delle colonne portanti della compagnia, Thomas.

Finita la scuola, gli studi universitari avevano creato una sorta di “diaspora”.
Alessandra era andata a studiare cinema a Los Angeles, Alice si era trasferita a Londra per realizzare il suo sogno di costumista di grandi produzioni teatrali, Giulia si era iscritta al Dams di
Bologna.
Zoe, tra tutte, era quella che aveva le idee meno chiare: preso il diploma di ragioniera stava per buttarsi direttamente nel mondo del lavoro.

In quel periodo frequentava un giro di intellettualoidi sfaccendati parcheggiati a Sociologia, che facevano sì e no un esame all’anno e passavano le serate a bere birra, fumare marijuana e
parlare di filosofia.
Se l’Università era quella, lei ne faceva volentieri a meno. Poi un giorno, mentre era a fare shopping a Verona, conobbe Stefano, che frequentava la Luiss di Milano e voleva diventare un
esperto di pubbliche relazioni.
Non so se Zoe si innamorò prima dell’idea di diventare una Pr oppure di lui: in un modo o nell’altro, comunque, nel giro di due settimane si trasferì a Milano e ci rimase per otto
anni, il tempo di finire gli studi e la sua relazione con Stefano, ma anche per fare le esperienze sufficienti e raccogliere i contatti giusti per fondare un’agenzia di pubbliche relazione,
eventi e comunicazione tutta sua, la Zoe.Com.

In quegli otto anni Zoe e io ci perdemmo completamente di vista, finché un giorno non lessi di lei su Prima Comunicazione e la chiamai in ufficio. Quel fine settimana sarebbe tornata nella
nostra città e, visto che anch’io mi trovavo da quelle parti, decidemmo di bere un caffè insieme.
Non ci volle molto per capire che tutte e due eravamo cambiate molto e che i nostri punti di vista, un tempo così differenti, ora trovavano una buona sintonia.
Nella vita personale, ma anche sul lavoro.
Zoe aveva appena licenziato la sua esperta in media relation e ufficio stampa: chiese a me se volevo occuparmene.

Accettai con entusiasmo, anzitutto perché l’idea di lavorare con lei mi sembrava un bell’aiuto per costruire un nuovo rapporto tra di noi e poi perché i giovani giornalisti hanno
sempre bisogno di arrotondare, visti i compensi da fame a cui ormai la maggior parte degli editori obbligano la categoria. Se si vuole continuare a fare questo lavoro, ci si deve inventare
qualcos’altro e gli uffici stampa, se sei uno in gamba, rendono abbastanza bene.
La cosa funzionò e ormai erano circa tre anni che metà del fatturato della Zoe.Com era rappresentato dai press office.
Funzionò anche sul piano personale, perché Zoe ed io eravamo diventate come sorelle, ognuna con la sua vita, con i suoi spazi, ma sempre presenti l’una per l’altra e sempre pronte a
trovare anche solo cinque minuti per stare insieme.
Con Alessandra, invece, Zoe non aveva mai smesso di tenersi in contatto. Finita la scuola di cinema, Alessandra era rimasta a Los Angeles e aveva lavorato per circa quattro anni come assistente
alla regia di importanti produzioni di fiction e film.
Tutte le sere era a un party esclusivo con registi, sceneggiatori e attori della luccicante Hollywood: da Jennifer Aniston a Gwynet Paltrow, da Brad Pitt a Bruce Willis.

Alessandra ci sapeva fare e fu così che la California Film Commission le fece un’offerta da capogiro che non potè rifiutare. Due anni prima, era stato un ingaggio dal Festival di
Venezia a riportarla in Italia, ma forse anche un po’ di voglia di tornare a casa grazie a un lavoro che le avrebbe permesso di trascorrere sei mesi all’anno a Los Angeles e altri sei qui con
noi.

Poi c’era Giulia. Lei il Dams di Bologna l’aveva frequentato per appena un anno, giusto il tempo di conoscere Fabio, giovane e promettente avvocato civilista, sposarlo nel giro di due mesi e fare
due bellissimi bambini, Linda e Simone. Il loro idillio era durato circa dodici anni, finché Giulia non aveva incontrato Pietro, primo oboe nell’orchestra dell’Arena di Verona.
Il suo temperamento passionale, totalmente in antitesi con la pragmaticità e la freddezza del marito, l’aveva completamente sedotta: forse ancora di più, a conquistare Giulia –
stanca della routine e di una famiglia che aveva voluto troppo presto – era stato quel modo di vivere di Pietro, tipico degli artisti, in una sorta di mondo parallelo, fatto di passioni forti,
emozioni intense, attimi da gustare senza pensare a niente altro.
Alice era l’ultimo “acquisto” del nostro gruppo: il suo rientro in Italia, infatti, risaliva a circa tre settimane prima.
A nessuna di noi erano chiari i motivi che l’avevano spinta a lasciare Londra.

In questi anni, oltre ad aver collezionato una lunga lista di storie d’amore sfortunate, si era costruita un curriculum di tutto rispetto, lavorando come costumista per importantissime opere
teatrali, come Cats e Jesus Christ Super Star.
Il Natale precedente, però, la sua consueta visita a casa per le feste si prolungò molto più del solito e Alice non ci mise molto a farci sapere che per il momento aveva
deciso di restare, perché aveva alcuni mesi liberi prima della prossima produzione.

La notizia ci aveva entusiasmate, ma sapevamo che dietro si celava qualcosa di più grave o, quanto meno, complicato.
Nessuna di noi, però, volle approfondire: sarebbe stata Alice, prima o poi, a dirci come stavano realmente le cose.
Quello che facemmo, invece, fu ordinare una bottiglia di champagne perché, in un modo o nell’altro, era l’occasione giusta per brindare.

Io, invece, sono Cleo, ho trent’anni – come Zoe, Alice ed Alessandra, mentre Giulia ne ha 32 – e sono una giornalista freelance che spazia dalle pagine economiche a quelle gastronomiche, ma non
mi faccio mancare nemmeno le interviste ai personaggi famosi (o ritenuti tali), il life-style e la moda.
Ho un passato da tennista, interrotto con la morte di mio padre quando avevo 16 anni, e un percorso di studi che va dal diploma di ragioneria alla laurea in Lettere moderne per poi virare su un
master in marketing internazionale.
Il giornalismo è sempre stato il mio grande amore: mi piace “stare sulla notizia”, scovare (come una piccola investigatrice, e forse è per questo che adoro il Tenente Colombo, Csi,
Criminal Minds e i libri di Michael Connely e di Jeffrey Deaver) le informazioni più complicate e anche creare dibattiti intorno a temi importanti, che siano economici, sociali o
culturali.

La mia passione per la tavola e il vino è nata dodici anni fa, ai tempi della mia storia d’amore con Luca, che conobbi nel ristorante che aveva aperto da poco per diversificare la sua
attività di importatore di vini. Fu lui a farmi scoprire il piacere e la sensualità del cibo e del vino: quello con l’enogastronomia era stato un colpo di fulmine che non era mai
finito, che non avevo mai smesso di coltivare e che, ormai, faceva parte integrante di me e del mio modo di vivere. Zoe, Alice, Alessandra, Giulia ed io ci divertiamo a chiamarci “Il club delle
degustatrici”.

«Perché “Il club delle degustatrici”?», chiese Alice la prima volta che ci sentì usare questo termine.
«Anzitutto perché adoriamo gustare qualcosa di sfizioso e far girare nel bicchiere un po’ di vino buono mentre parliamo di noi, di quello che ci è successo durante il giorno,
di quelle scarpe che abbiamo visto in vetrina e che vogliamo comperare, di quell’sms di invito a cena arrivato inaspettatamente da uno degli ultimi uomini conosciuti sul lavoro», rispose
Zoe. «Non solo, però», presi la parola io.
«È il nostro approccio generale nei confronti di tutte le cose che si può definire da “degustatrici”.
Pensaci bene, Alice: chi degusta compie un’analisi visiva, una olfattiva e una gustativa. Non sono parametri su cui, in generale, ci basiamo anche noi?»
Alice ci pensò su un attimo e poi, dando un’occhiata titubante alle altre ragazze, mi rispose «non so».

Allora proseguii con la mia teoria. «Partiamo dall’analisi visiva, che secondo i manuali enologici consente di eseguire una prima valutazione complessiva sulla qualità del
prodotto.
I principali parametri che si valutano sono: colore (sfumatura ed intensità), limpidezza o trasparenza, consistenza o fluidità, effervescenza. Poi c’è l’analisi olfattiva che
va a scoprire e definire profumo, intensità e complessità. Infine, l’analisi gustativa, attraverso la quale si valuta corpo, armonia e, ancora una volta,
intensità».

Mi fermai un istante a pensare, poi mi alzai e dalla libreria tirai fuori una vecchia guida alla degustazione del vino e lessi: «Dopo aver completato le tre fasi delle analisi sensoriali,
si arriva alla fase conclusiva, rivolta a descrivere le sensazioni generali derivate dall’insieme dei parametri considerati. In questa fase vengono definite la sensazione gustoolfattiva,
l’armonia o equilibrio, lo stato evolutivo, le impressioni generali». Vidi che Alice aveva capito.
«Non ti sembra che sia lo stesso procedimento con cui tu, io o qualsiasi altra persona valuta qualcuno?», la incalzai. «Sì, è vero. Non ci avevo mai
pensato», rispose lei.
E fu così che il club delle degustatrici conquistò un nuovo, importantissimo, membro.

Per gentile concessione di Francesca Negri
Newsfood.com