Sorgente del Vino 2016: vini naturali, tradizione, territorio. 150 vignaioli naturali

Sorgente del Vino 2016: vini naturali, tradizione, territorio. 150 vignaioli naturali

VINOITALIA. BIODIVERSITA’ IN VIGNA E IN CANTINA E’ LA STORIA DELL’ENOTRIA TELLUS, MA SENZA CAOS E CON NORME PER IL CONSUMATORE
di Giampietro Comolli, agronomo, enologo, economista e editorialista del vino

Sorgente del Vino 2016, PiacenzaIl prossimo 20 febbraio a Piacenza si inaugura Sorgente del Vino 2016, con il sottotitolo “vini naturali, tradizione, territorio. 150 vignaioli naturali”. Una ottima iniziativa, fra le tante, che richiama i consumatori a un evento di assaggi, incontri, conoscenza e formazione.

Addirittura Piacenza, in una felicissima posizione autostradale, al centro della pianura padana, cuore della valle fiume Po, diventa un luogo di incontro di iniziative utili, come quella recente dei Vignaiuoli Indipendenti-Fivi che ha avuto un gran successo come mostra-mercato diretta, e come probabilmente quella che verrà per i vini con le bollicine Frizzanti&Spumanti a breve, aperta a operatori commerciali internazionali.

Piacenza, già sede presso facoltà di Agraria dell’UCSC dal 1991 di Ovse-Ceves, il primo osservatorio dei valori economici e consumi del vino spumante italiano e centro studi per neo-laureati. Fondato su consiglio dell’emerito prof Mario Fregoni, mio maestro oltre che insegnante, il quale già allora definiva “nasologico” il trattamento e la divulgazione dei dati produttivi ed economici delle vigne e del vino italiano, a fronte già di altri Paesi ben dotati di strumenti di indagine certi. Fortunatamente nel tempo, grazie ai controlli, certificazioni, fascette, bollini e tracciabilità, qualche altro osservatorio è nato, la Federdoc ha svolto dal 1999 un ruolo fondamentale, ValorItalia sta gestendo molto bene la produzione Docg-Doc e anche Igt. Appunto la certificazione e la tracciabilità. Tema importante perché un eccesso di realismo superiore a quella del Re, può essere una palla al piede allo sviluppo, conoscenza, economia, crescita e investimenti per le imprese, dall’altro un passo indietro verso la “nasologia” porterebbe il vino italiano al 1986. No comment!

L’incontro di Piacenza, ben venga, diventa anche un momento di incontro e di proposta.  La storia vitivinicola italiana è molto complessa, stretta e lunga come la penisola con vecchie doc politiche, sottoutilizzate o di dimensioni troppo localistiche (ricordo che c’è una legge che richiede un minimo annuale) e una urgenza di semplificazione burocratica ma anche di proposta forte per un settore che sta entrando a livello europeo (e non solo) nell’occhio del ciclone della liberalizzazione produttiva e elaborativa globale, della deregulation commerciale, dell’enoteca di Amazon con i vini italiani fai-da-te. Questo è il vero tema da affrontare. Semplificare e schematizzare aiuta, ma senza perdere di vista tradizione, storia, cultura, ambiente, realtà, tipologie.

Ma anche attenzione all’eccesso di diversificazione, di separazione, di individualismo, di unilateralismo perché questo non aiuta a dare peso qualitativo e valore percepito e riconosciuto: ancora due fattori che incidono sulle scelte d’acquisto del vino. L’Enotria Tellus, intesa nel vero significato del termine, è sicuramente il territorio che più di tutti ha assommato contaminazioni, scambi, introduzioni, modifiche fra varietà e cultivar diverse, per specie e per famiglia. Ci sono dati, riferiti anche solo a 150-200 anni fa, che descrivono la presenza di 80 o 160 varietà diverse in certe province italiani (anche a Cremona o a Chieti due territori oggi non noti per la viticoltura, ma entrambi fra i territori più vitati) e oggi il registro ampelografico nazionale ne riconosce 14 e 36. Non dimentichiamo che in altri paesi è ancora peggio, come la vicina Francia.

Un esempio concreto: in Italia sono 43 le varietà di uva impiegate per produrre un vino spumante nazionale (in purezza o in blend), mentre in Francia i vini con le bollicine provengono da 8-10 specie. Vinciamo, se vogliano carpire un risultato calcistico, 4 a 0 in termini di vitigni autoctoni, di biodiversità, di scelte produttive, di capacità d’imprese, qualcuno dice di “naturalità” continuata nei secoli. Nell’intero comparto, però, anche l’Italia si sta concentrando e standardizzando, riducendo il numero di vitigni coltivati, perdendo una ricchezza ampelografica naturale che però non ha niente a che vedere con la definizione tecnica di vino “naturale”.

Un processo di riduzione ampelografica che si è concentrata fra gli anni ’90 e inizio terzo millennio, per circa 25 anni, sull’onda di una rincorsa ai premi delle guide, frutto di un voler imitare il gusto internazionale e di ubbidire a importatori standardizzati al tipo di vino australe dei vitigni internazionali perché più commerciabili, di una condivisione degli stessi enologi nelle cantine emergenti, di un voler anticipare i traguardi e accorciare i tempi. Giustamente qualche piccolo vignaiuolo intelligente e onesto dichiara che “ i vini buoni non devono avere difetti (acetato, eccessi volatili, ossidazione, colore virato …) e che la strada giusta è una saggia via di mezzo ben interpretata”.

Corretto e condivido, anche perché oggi le norme  europee e internazionali, nazionali e locali, non ci sono, mancano, non guidano e non informano il consumatore nei meandri e nel ventaglio di proposte e di prodotti fra vini bio, etnici, vino etico o di passione o da meditazione, vini di vigna, vini secondo natura, vini a lotta ragionata, tripla A, senza additivi, senza aggiunte, vini di terroir, vino del contadino, vino dealcolizzato, vino di tradizione  ….. slang oggi citatissimi nelle migliaia di blog e fra i blogger. Non tacciatemi di essere sponsor degli industriali e di commercianti, basta leggere i mie editoriali dal 1983! Cosa sa, oggi, il consumatore fra vino naturale e vino biologico?

Si vuole che una corretta biodiversità diventi un “caos” irreparabile, che una dialettica formativa e istruttiva troppo soggettiva aiuti ad allontanare dal consumo un sacco di italiani, più interessati a bere “buono, di gusto e con misura” che a bere “diverso e alla moda?”   Merita essere a Piacenza, sabato 20 febbraio, ore 10, sala A dell’Ente Piacenzaexpo (uscita Piacenza sud A1), ingresso libero, soprattutto per ascoltare il prof Mario Fregoni che rappresenta un accademico chiaro, diretto perché ha gestito tanta vera ricerca. Anzi libero da ogni lacciuolo, ci farà meditare su qualche commento o scoperta, ad iniziare sicuramente da un po’ di cultura sulla storia dei vitigni e varietà che si sono mosse nel Mediterraneo, se Candia è l’isola di Creta e da dove vengono le diverse Malvasie sul suolo italiano, compreso quella “rosa”, a me così tanto cara. Ci parlerà dell’incidenza dei diversi terroir sul vitigno (vero binomio della forza del vino ottenuto) e della cause di una biodiversità latente. Insomma non credo proprio che ci parlerà di vini innaturali (quali sono?), ma di come anche la vite può essere un “coadiuvante terapeutico” dell’ambiente, come è un calice di vino!

Ma secondo l’amico Gualtiero Marchesi,  per gustare la grande cucina, meglio non bere in ogni caso, al limite acqua ferma e il vino è meglio come aperitivo o post cena. Una opinione che rispetto e che condivido, come è giusto “non-bere” quando si guida o quando si fa un mestiere che pretende di essere sempre perfettamente a norma, come un vigile urbano, un poliziotto, un medico, un carpentiere su un palazzo. Lo coadiuveranno Enrico Bachechi, ampelografo e il vignaiolo Alfonso Arpino.

Giampietro Comolli
in esclusiva per  Newsfood.com

Leggi Anche
Scrivi un commento