Stefano D’Orazio: Pantelleria è il mio rifugio

Stefano D’Orazio: Pantelleria è il mio rifugio

Da Pantelleria a Milano al Teatro della Luna, con Stefano D’Orazio, (VINCITORE DELLA SETTIMA EDIZIONE DEL PREMIO “PROGETTO DA PANTELLERIA”) a vedere il suo musical “Cercasi Cenerentola”, scritto con Saverio Marconi, nell’attesa di incontrare il suo personaggio spiritoso e autoironico, ispirato dalla favola dei Fratelli Grimm, ma apparso all’improvviso proprio a Pantelleria, una sera d’estate al tramonto, dietro a una nuvola rosa, dalla finestra di un antico dammuso affacciato sul mare.

Una storia divertente ambientata negli anni 50, in cui tutti i presupposti della nota favola vengono stravolti dalla penna irriverente degli autori, rappresentati in modo straordinario dai bravissimi attori come Paolo Ruffini, Manuel Frattini e Beatrice Baldaccini e i tanti altri, che dalla prima battuta alimentano le risate continue del pubblico, coinvolto in alcuni momenti nella scena, con divertenti imprevisti dalle conseguenze comiche nello svolgimento della storia.

Mascia Maluta:
Com’è nata la tua ironia sottile e divertente nel riproporre una favola sempre amata da grandi e piccini in una chiave moderna e quasi comica?

Stefano D’Orazio:
Rendere tutto ironico e autoironico è scritto nel mio dna, mi diverto a giocare, cominciando da me stesso, con tutto ciò che mi accade intorno. Così anche nelle storie delle favole, come già accaduto con Aladdin, Zorro e Mamma Mia, raccontarle in una maniera più disincantata, mi fa divertire e stare bene. La favola in quanto tale ci autorizza a fare tutto e il contrario di tutto, è bella perché è l’opposto della vita, il male perde sempre, il bene vince, l’amore è per sempre e la morte è finta. Una serie di elementi che ti fanno dire – bene adesso chiudo alle mie spalle la porta di un teatro e per un paio d’ore gioco a ritornare bambino -. Forse è stato questo, il riascoltare una favola come l’avevo già letta da piccolo, quando mi ponevo le classiche domande che di solito la favola non pretende – ma perché Zorro non lo riconosce nessuno anche se ha solo una mascherina, è possibile che Cappuccetto Rosso non s’accorga che la nonna è un lupo -, che mi ha fatto nascere il desiderio di scrivere questa Cenerentola in modo ironico e diverso. Avendo poi come elemento scatenante Poalo Ruffini, che avrebbe dovuto interpretare il nostro principe, questo mi ha fatto spostare il tiro, d’accordo con Saverio Marconi, verso una storia raccontata dal punto di vista del principe, che per rendere davvero comico e ironico dovevamo inventarci un problema. Il padre voleva andare in pensione ad Acapulco e abdicare, ma nel piccolo regno di Microbia le leggi pretendevano che il principe prima avrebbe dovuto sposarsi, cosa che lui non aveva intenzione di fare. Così tutti gli equivoci, i giochi, il concorso con il coinvolgimento del pubblico, nell’inventare che ogni sera la piazza di Microbia fosse la platea con le votazioni della possibile sposa del principe attraverso lo sventolamento delle anime bianche (piccoli fazzoletti regalati al pubblico n.d.r.), tutti elementi che mi facevano sorridere e divertire mentre li scrivevo. Quando poi li ho visti sul palco, impersonati dalla comicità di Ruffini e Frattini (Manuel n.d.r. che interpreta l’assistente del Principe), talento specialissimo e straordinario contrappeso alla comicità di Ruffini, la spontaneità naturale dei dialoghi è stata sorprendente.

Mascia Maluta:
Quanto è attuale la tua Cenerentola, una ragazza degli anni 50 che rifiuta potere e ricchezza in cerca di un amore vero con la A maiuscola, nella realtà di oggi in cui spopolano “semiveline” alla ricerca di un Paperon de Paperoni?

Stefano D’Orazio:
Volutamente abbiamo deciso di portare la favola dei fratelli “tetri”, i Grimm, contrassegnati dai racconti di drammi devastanti come la povertà dilagante e la morte inevitabile, negli anni 50, avevamo voglia di vedere una Cenerentola un po’ più “proto-femminista”, una ragazza che potesse accettare il suo status di pseudo servetta di una famiglia cattivella, ma con dei sentimenti, dei motivi, dei ricordi, delle fantasie e dei sogni. Collocata in quegli anni che erano quelli della mia infanzia, dove ancora uno sognava e sperava. Mi ricordo che più grandicello al liceo con i compagni pensavamo di cambiare il mondo, perché credevamo che fosse possibile farlo. Oggi siamo tutti seduti sulla sensazione che nulla si può fare, che tutto deve rotolare come va e quindi è così che ci si arrangia alla meno peggio. Quelle ragazze che nella generazione degli anni 60 e 70 potevano essere femministe oggi improvvisamente sono tutte veline. Se in quegli anni chiedevi a un ragazzino cosa voleva fare da grande lui rispondeva il pompiere o l’astronauta, oggi ti risponde il calciatore e se gli chiedi il perchè ti risponde “perché così cucco le veline”. Tutto è un grande equivoco, una ragazzina che una volta sognava il principe azzurro, oggi sogna semplicemente un principe che può essere anche marrone, non importa, perché tutto si arena sul materiale, sul denaro, sulla ricchezza e sul successo. Vedere che nella nostra storia una ragazza va a una festa, al ballo del principe, semplicemente per andare a ballare, e che questo principe, con un’ingenuità pazzesca dovuta alla mancanza di frequentazione, perchè vive nel palazzo, non ha la minima idea di cosa succeda fuori dal regno idilliaco di Microbia, mi fa sorridere. Sapendo poi di doversi sposare e che tutto il regno era a sua disposizione, incontrata la bella fanciulla candidamente le dice “ ma io mi sposo con te!”. Lei indignata gli chiede se sta scherzando e poi “ ma quando mai, io neanche ti conosco”. Ecco nella realtà di oggi se penso a un personaggio che accede al “Palazzo”, mi vengono in mente le ragazzine di Arcore, che vanno su con la speranza di uscire, male che vada, almeno con un appartamento all’Olgiata.

Mascia Maluta:
In teatro il tuo pubblico è trasversale, dai 6 anni agli anta ride e si diverte, perché credi piaccia ancora ascoltare il racconto di queste favole in un mondo in cui assistiamo a corruzione e violenza? Abbiamo ancora bisogno di credere che i valori autentici esistano davvero?

Stefano D’Orazio:
Credo che la fatica che fa un genitore ad accompagnare i figli a vedere uno spettacolo per bambini sia immensa perché non ci crede, ma si siede lì e subisce quelle due ore e mezzo di piccoli miracoli, di fantasie e quant’altro. Il mio sforzo insieme a Saverio (Marconi n.d.r.) è stato invece quello di scrivere una storia che potesse divertire i bambini e avesse tutti gli ingredienti della favola, come la fata, le trasformazioni, gli animali che parlano e ascoltano, una cenerentola che sogna, la matrigna e le sorellastre che sono cattive ma non brutte, ma che dall’altra parte giocasse con i paradossi e avesse altri riferimenti al contemporaneo per rendere il tutto al genitore che assiste, sopportabile e divertente. E’ una formula alla quale ho sempre creduto e che finche avrò voglia di cimentarmi in queste avventure continuerò a proporre. Raccontare le favole come ci raccontavano quando eravamo bambini, mettendoci però quegli ingredienti che ci fanno ridere e riflettere su quello che è il nostro tempo, credo che sia il successo di questo genere. Fino a qualche anno fa alcuni mi chiedevano “ma perché devi far ridere, prova a raccontare una cosa seria!” Ma io non sono serio, non posso raccontare qualcosa che non sento davvero, “non glie la posso fa”, quando scrivo voglio sorridere. La nostra storia è un catamarano che viaggia su due binari paralleli, ma che vanno nella stessa direzione. Da una parte della barca i ragazzini e quelli che vogliono rimanere bambini ad ogni costo, e dall’altra gli adulti, che credono di non essere più bambini, ma che in fondo poi lo sono ancora. La nostra perseveranza è stata premiata e alla fine qualcosa abbiamo portato a casa e adesso il nostro modo di fare musical è diventata una formula vincente, che non dico di avere inventato, ma che sicuramente ho riproposto e difeso. Quelli che mi dicevano che in teatro si va per emozionarsi, adesso con la stessa convinzione mi dicono che la gente vuole ridere perchè di tristezza ne ha già abbastanza. Ieri la critica di un personaggio abbastanza crudo, di quelli che “cercano la cifra”, ha scritto che per tutto il tempo dello spettacolo si sente una risata quasi costante e che le esercitazioni dialettiche di Velenia, la nostra matrigna, tanti strafalcioni a oltranza, così scorrevoli e coerenti rendano il tutto molto divertente.

Mascia Maluta:
Pantelleria è il tuo rifugio, un’isola che ti ispira tanti racconti così fortunati, qual è il prossimo personaggio che aspetti di incontrare dietro a una palma?

Stefano D’Orazio:
Intanto devo svegliarmi da questo anno di Cenerentola, della quale alla fine con tutto l’affetto e l’amore detesto le scarpe, gli stracci, i cani, i cavalli e tutto quello che le abbiamo allestito intorno. Adesso che si è infilata anche la scarpa credo che potrà cominciare a camminare da sola. Sono venuto qui per non pensare, come avviene sempre quando finisco un lavoro che devo mettere in archivio. In questi giorni sto facendo i famosi lavori umili, come li chiamo io. Quando arrivo a Pantelleria c’è sempre da fare, arrivi e trovi che si è fulminata metà casa, non funziona il telefono, la parabola col vento si è spostata e non vedi più neanche il telegiornale. Così avvito lampadine, mi arrampico sulle scale e faccio buchi nel muro. Passata questa settimana “di decompressione” mi metterò a guardare dalla mia finestra questo mare, che una mattina è strano e quella dopo è tranquillo e magari mi viene un’idea. Ne ho già in mente qualcuna, che si è affacciata durante l’ultimo lavoro. Quando sei impegnato capita di inciampare in altre cose, ti vengono in mente all’improvviso e pensi “sarebbe carino raccontare questo”, o “questa qui mi fa morì da ridere, questa è divertente”. Me le appunto tutte e poi quando le rileggo con calma penso “dai lavorerò su questo e dovrò eleggere il prossimo caprio espiatorio”.

 Intervista fatta a Pantelleria da Mascia Maluta
Articolo già pubblicato su Pantelleria.com

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