Stefano D’Orazio testimonial per A.I.D.O. (Intervista esclusiva)

Stefano D’Orazio testimonial per A.I.D.O. (Intervista esclusiva)

Milano, 4 ottobre 2013

Di Mascia Maluta per Newsfood.com

Stefano D’Orazio è il testimonial della nuova campagna d’informazione e sensibilizzazione di AIDO – Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule – che per il
dodicesimo anno rinnova l’appuntamento con la giornata nazionale “Un Anthurium per l’infomazione”. Sabato 5 e domenica 6 ottobre i volontari AIDO, in più di 1.500 piazze italiane,
distribuiranno materiale informativo e offriranno piantine di Anthurium per la ricerca sui trapianti.
D’Orazio da anni è vicino all’associazione a cui volentieri presta il suo supporto e la sua immagine per fornire un contributo mirato e corretto alla divulgazione dei grandi progressi
fatti dalla ricerca e sull’importanza della donazione organi. La giornata “Un Anthurium per l’informazione” è stata preceduta da una campagna d’informazione iniziata il 25 settembre sulle
principali reti tv e radio nazionali.

Mascia Maluta:
Dopo anni vissuti ai vertici della popolarità com’è nata l’idea del tuo impegno per Aido?

Anche se si è concretizzata negli ultimi mesi, il pensiero è nato molti anni fa, quando una mia cara amica fu colpita da un ictus e dopo due giorni morì. In quella
circostanza chiesero ai parenti il permesso di poter avere i suoi organi per fare una donazione a chi ne aveva bisogno. Venti anni fa le donazioni di organi non erano frequenti come lo sono oggi,
ma la sua famiglia, anche in un momento di grande dolore, in cui tutto si perde come anche la voglia di dare risposte così impegnative, immediatamente accettò.
Questa esperienza mi lasciò un segno, anche per la strana coincidenza avvenuta appena due anni prima, quando il marito della mia amica aveva avuto un problema simile, ma da una prospettiva
diversa. Avendo un grave problema al fegato con la  necessità di un trapianto urgente, si informò sui tempi e le modalità, ma non essendoci all’epoca un organizzazione
come Aido, dovette recarsi fino a Pittsburgh, dove per eseguire il trapianto gli chiesero un miliardo e duecento milioni delle vecchie lire. Il tempo di riuscire a vendere le case e a tutti noi
di fare doverose collette in amicizia, questa persona purtroppo morì.
Informato di Aido, l’associazione che ha lo scopo di divulgare, informare e far capire alla gente che quando uno muore non viene saccheggiato, perchè finalmente esiste una legge che
stabilisce le regole che sono esclusivamente a carico dello stato, sono stato felice di dare il mio contributo e di rappresentarla.

E’ importante sapere che oggi esiste un’associazione dove si può aderire a questa iniziativa sottoscrivendo un documento presso gli sportelli preposti dei Comuni o delle Asl, che con la
metodologia scientifica di cui disponiamo si riesce a certificare con esattezza la morte di una persona e che non può essere un privato a decidere per conto tuo di fare espianti o
trapianti. Immaginiamo se durante un concerto dovesse morisse il direttore dell’orchestra, ogni elemento andrebbe per conto proprio fino al disfacimento dell’esecuzione.
Ecco così accade anche nel corpo umano, fino a che c’è ancora una cellula che funziona la persone è viva, ma quando anche l’ultima cellula si spegne vuol dire che è
arrivata la morte e non ci sono più rischi di ripensamenti. La donazione peraltro è straordinariamente emozionante, immaginare che con una persona che ci lascia si possono salvare
fino a sette vite, visto che gli organi che si possono trapiantare sono appunto sette, è meraviglioso.
Questa mattina, in una trasmissione televisiva, una persona che ha avuto un trapianto e che fa corsi nelle scuole mi raccontava che i giovani sono molto più tranquilli e disponibili
nell’accettare la disponibilità a donare gli organi rispetto ai sessantenni che, forse per i timori di una cultura ancora troppo lontana da questi momenti scientifici, fanno
resistenza.

E’ confortante sapere che il settanta per cento delle persone che sono state trapiantate riprendono a lavorare, questo significa che oltre a togliere alla società l’onere di mantenere un
malato, questi diventano di nuovo attivi e possono re-inserirsi. Le donne trapiantate possono aver figli, qualcuna addirittura ha avuto due gravidanze, molti praticano sport, come la persona che
ho incontrato oggi, che ha vinto diverse medaglie. Questo dimostra che si torna completamente a una vita nuova, sana, vera e questa cosa non ha prezzo.

Non è il tuo primo impegno nel sociale, ci sono i centri di sostegno per i bambini in Sri Lanka che hai fatto quando eri con i Pooh…

Stefano D’Orazio:
Io credo che nella vita di una persona, cha ha avuto un po’ di fortuna, arriva il momento di pensare che questa la può restituire a chi non ne ha avuta, o almeno in parte, così
trent’anni fa con i miei colleghi abbiamo iniziato a fare qualcosa per gli altri.
Quando all’inizio abbiamo aiutato il WWF a salvare la natura, ci siamo resi conto del numero incredibile di  persone che seguivano la nostra musica e che erano disposte a seguire anche altre
nostre iniziative diverse dai nostri spettacoli. Così abbiamo iniziato a portare il nostro contributo ai bambini sordomuti in Sri Lanka, facendo costruire dei centri di accoglienza che poi
sono diventati dei veri orfanatrofi.
Abbiamo aiutato i bambini in Madagascar e ancora in Sierra Leone ci siamo attivati per i bambini della guerra. Abbiamo fatto diverse cose, sempre seguendole da vicino e senza lasciarci
 entusiasmare dai risultati economici, ma semplicemente andando sempre a verificare con le persone alle quali donavamo il denaro quello che veniva realizzato. Guardavamo i filmati, andavamo
alle inaugurazioni, e un anno dopo l’altro queste azioni, che hanno tutto tranne che dell’eroico, sono diventate per noi sempre più importanti.

Noi italiani siamo un popolo molto generoso, in Europa ai primi posti fra coloro che hanno imparato a fare solidarietà anche nei casi di calamità naturali, siamo felici di sentirci
utili al di la di quelli che sono i nostri effettivi meriti. Un pensionato che manda un sms da un euro ha la stessa valenza di chi dona una borsa di studio a qualcuno, perché ha la
disponibilità economica di farlo. I successi più belli che io possa annoverare nella mia carriera sono quelli di aver fatto qualcosa di importante per gli altri, poi tutto il resto,
i Telegatti e i dischi di platino passano da un’altra parte.

Mascia Maluta:
Il desiderio di aiutare chi è meno fortunato nasce da un sentimento di coscienza morale o da un bisogno di spiritualità?

La distinzione tra morale e spirituale è molto difficile ed è un confine che difficilmente si riesce a demarcare. Ognuno di noi ha sensazioni diverse, pensa che una cosa sia bella,
giusta e gratificante, perché quando fai qualcosa per qualcun altro, a livello emozionale torna sempre indietro con gli interessi. Penso che se si riesce ad essere contenti e ad
addormentarsi bene, questo sia davvero una grandissima fortuna. Ho stampato nella mente lo sguardo di quei bambini del Madagascar, piccoli di due o tre anni che senza rumore, senza un fiato,
senza una lacrima, facevano la fila per andare a prendere la tazzina di acqua dove aveva bollito il riso, con la quale mandare giù la “pasticchina” per potersi curare la lebbra, cura che
ormai dovrebbe essere obsoleta, visto che questa malattia potrebbe essere prevenuta con i vaccini. Vedere così tanti bambini nei centri di accoglienza gestiti dai volontari e dalle suore,
che aspettano in silenzio la possibilità di poter continuare a vivere, e poi atterrare in Italia e trovarsi nel duty free dell’aeroporto davanti a un bambino che si butta davanti a un
camioncino, disperato fino a che i genitori non glielo comprano. Ecco questo aumenta la spiritualità o un minimo di autocoscienza, che ti fa dire – ” pensa che qua abbiamo tutto e di
più e continuiamo a lamentarci, dall’altra parte hanno niente e di meno e stanno li in fila con la tazzina ad aspettare di mandare giù la pillola che forse gli salverà la
vita.”

Per concludere una nota più leggera, sta per partire il tu prossimo musical, hai trovato la tua Cenerentola?

Stefano D’Orazio:
Sono arrivate in cinquecento e mi ha fatto riflettere il fatto che per due posti che stavamo cercando, Cenerentola appunto e la sua sostituta, si siano presentate così tante ragazze, di
cui almeno la metà era in grado di salire sul palcoscenico professionalmente. La scelta è stata imbarazzante perché la maggior parte di loro aveva studiato per anni
recitazione, ballo, canto e aveva un talento incredibile.

Mentre facevamo i provini, lo stesso giorno a Genova si sono presentate cinquecento ragazze per fare i colloqui per tre posti di commessa. E’ stata una coincidenza pesante pensare che le ragazze
che si erano presentate da noi sognavano di fare Cenerentola e portavano a termine un loro sogno. Quindi bussavano alla porta per fare quello che avrebbero voluto. Al contrario le ragazze che si
sono presentate a Genova per diventare commesse, forse erano archeologhe, avvocati, persone che nella vita avevano studiato tutt’altro, e che forse avevano un sogno diverso, ma che pur di poter
ottenere un qualunque lavoro, si adattavano.
Con rammarico mi rendo conto che dire che tutti i giovani italiani non hanno voglia di fare niente, “attenzione che il 40 % dei giovani non cercano lavoro e non lo vogliono”, è di una
falsità incredibile.
I ragazzi il lavoro lo cercano, lo vogliono e si affannano per ottenerlo, ma in questa società di vecchi non hanno assolutamente la possibilità di riuscire.

L’abitudine di conservarci tutto addosso e di non dare spazio e possibilità a chi vuole arrivare domani. Quando queste persone entreranno nella stanza dei bottoni non saranno in grado di
gestirla in modo adeguato perché saremo stati noi a non averglielo permesso. E’ la mia generazione che ha commesso l’errore e non ha capito che l’energia e il futuro sono nelle mani di
coloro che devono ancora nascere e non di quelli che stanno in “pole position agli ultimi metri dall’arrivo”. Comunque Cenerentola l’abbiamo trovata, al momento ne abbiamo dieci e la stiamo
scegliendo con Saverio Marconi, il regista che con me ha scritto a quattro mani questa Cenerentola “sui generis”. Ci siamo divertiti ad immaginarla molto più combattiva, più
femminista, meno remissiva, a meta degli anni sessanta quando ancora non c’erano i sindacati di adesso, e questa povera ragazza, dalla quale si pretendevano molte ore di lavoro al giorno, tutto
sommato stava al gioco ma aveva dei sogni completamente diversi.

Sarà uno spettacolo divertente sia per i più piccoli, che leggeranno la commedia in chiave fantastica, che per gli adulti, con  le ironie di una favola ambientata in un’epoca
più contemporanea. Debutteremo a Roma, poi a Milano e poi in giro per l’Italia.

Intervista esclusiva di Mascia Maluta
per Newsfood.com
 
 

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