Taglio pensioni Inps, furto con destrezza? No, “rapina” legalizzata…

Taglio pensioni Inps, furto con destrezza? No, “rapina” legalizzata…

Taglio pensioni Inps, una riflessione dopo l’entrata in vigore dei prelievi forzosi previsti dalla legge 30 dicembre 2018, n. 145  

di Maurizio Ceccaioni

Ci risiamo: l’ennesimo prelievo forzoso dalle tasche degli italiani ha preso il via. Ma stavolta la forma usata per fare cassa, non è quella odiosa usata da Giuliano Amato, alias ‘dottor Sottile’, allora alla guida del governo. Per mettere una toppa al bilancio dello Stato avvinghiato dal “serpente monetario”, e la Lira sotto attacco speculativo, una notte d’estate del 1992, il dottor Sottile entrò nei nostri conti correnti prelevando d’autorità il 6 per mille dai depositi bancari, che non abbiamo più rivisto.

Stavolta la formula è più subdola e, mentre lo stato si traveste da Robin Hood (alla rovescia), a fare la parte del bancomat, più che dei signori, saranno solo i pensionati. Perché secondo il Messaggio Inps n. 1926 del 20-05-2019, che si rifà a quanto previsto dalla legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021), tutti i pensionati con reddito superiore ai 100mila euro lordi, subiranno una decurtazione netta degli emolumenti a partire dal mese di giugno e per cinque anni.

Parliamo proprio di tutti i pensionati di qualsiasi fondo pensioni, ma le decurtazioni saranno progressive. Così, quelli che percepiscono una pensione annua da 100mila a 130mila euro lordi, subiranno una riduzione del 15% della parte eccedente i 100mila euro. Per quelli da 130mila a 200mila euro lordi, la riduzione prevista sarà del 25% per la parte eccedente i 130mila euro. Così, da 200mila a 350mila euro lordi, il taglio sarà del 30% della parte eccedente i 200mila euro. E, di seguito, da 200mila a 350mila, sarà del 35% e da 350mila a 500mila, del 40%.

Ma il taglio ha interessato solo apparentemente le “pensioni ricche”, perché dei 16 milioni di pensionati italiani (dati Istat 2017), il 70,8% prende meno di mille euro. Ma i più penalizzati, in percentuale, sono quelli sopra i 1.522 euro lordi mensili, perché da aprile 2019 è scattato per tutti il conguaglio sulle rivalutazioni, previsto dall’ultima Legge di Bilancio, che per molti pensionati è significato restituire una parte dell’assegno riscosso negli ultimi mesi.

Parliamo di pensioni che al netto di Irpef, addizionali regionali e comunali, ecc., sono di non molto superiori ai 1.000 euro al mese. E la rabbia dei pensionati è parsa evidente nella manifestazione sindacale unitaria di Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil, di sabato 1° giugno a San Giovanni.

Centomila “teste canute”, che con lo slogan ‘Dateci retta’ hanno manifestato al governo la negatività di questi provvedimenti ritenuti iniqui, verso una categoria di persone che si è necessariamente dovuta sostituire nei compiti costituzionali dello Stato. A cominciare dal welfare.

Nonni e nonne che fanno da baby sitter dove non ci sono asili nido o le rette sono troppo alte. Che con la loro pensione aiutano figli e nipoti disoccupati, studenti, ammalati. Un odioso meccanismo introdotto ob torto collo, che sposterà nelle casse statali circa 3,5 miliardi in tre anni. Tutto a spese dei pensionati italiani e delle loro famiglie, spesso allargate per necessità.

Allora, alla luce dei fatti, ci si meraviglia ancora che oltre 400mila pensionati italiani siano scappati in paesi più accoglienti per vivere un po’ più serenamente gli ultimi anni di vita?

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