Date: Fri, 4 May 2018
Subject: Val Formazza, Quarto Reparto Scouts Agesci Milano, Tragedia della montagna al Passo Gries – 28/29 dicembre 1953 di Achille Colombo Clerici

La tragedia alpina sull’ Haute Route Chamonix-Zermatt, di qualche giorno fa, e le sue vittime milanesi, riaprono il doloroso ricordo della tragedia del Quarto Reparto degli Scouts di Milano, in Val Formazza 64 anni fa.

Il ricordo di Achille Colombo Clerici

Otto anni di attivita’ gloriosa, poi la tragedia. A Capodanno del 1954 tutta Milano si stringeva attorno al IV Reparto Scouts dell’Agesci, coccarda azzurro-gialla, nel piangere la morte nel ghiaccio di tre ragazzi giovanissimi, sedici, diciassette anni, che la montagna si era portati via. Il cardinale Ildefonso Schuster pregava per loro.
Si trovavano in un campo invernale in val Formazza, con tutto il reparto: Orsa Minore, i piu’ grandi, Orsa Maggiore, i piu’ piccoli.
C’erano in quel reparto Carlo Enrico Bravi, Federico Guasti, Adolfo Zavelani Rossi, i Bassanini. Il capo era Piero Bertolini, il futuro filosofo. Baloo, don Guido Aceti, che poi avrei trovato alla Universita’ Cattolica come mio insegnante di morale.

Erano partiti il 28 dicembre 1953, con sci e pelli di foca, per una escursione alpina. Io ero un giovanissimo lupetto di quel reparto e cosi’ non andai. Destinazione la Capanna del Corno al passo Gries, che porta dalla Lombardia in Svizzera. Il tempo, bellissimo all’inizio della gita, si era presto trasformato in una tormenta di neve, con le temperature scese a parecchi gradi sotto lo zero. Nel whiteout durato piu’ di due giorni, dopo aver dormito in buche scavate nel ghiaccio, perche’ il baitino di sassi che stava li’ a pochi metri di distanza non riuscivano a trovarlo, tre di loro, uno dopo l’altro, sopraffatti dalla fatica, si erano addormentati nel sonno della morte.  Ed i compagni avevano dovuto lasciarli li’, nella neve, con gli sci piantati a fianco come vessilli, o come croci.

Carlo Enrico, ricordera’ anni dopo. « Ancora mi tormenta quella frase che mi usci’ spontanea, quando, ai compagni che sopravvenivano annunciando la tragedia, dissi: “Come morti ? Proprio morti che non respirano ?” Di quei momenti non ricordo la paura; ma le parole che allora pronunciai ancora mi perseguitano.»