VINO DA SANTA MESSA E REGOLE PER PRODURLO

VINO DA SANTA MESSA E REGOLE PER PRODURLO
MALVASIE VINO DA SANTA MESSA E REGOLA PER PRODURLO
VINO PER LA SANTA MESSA.  DALLO ZIBIB ALLA MARVASIA O MALVASIA. IN ARABO “ZIBIBB” VUOL DIRE UVA SECCA O PASSA
MALVASIA DI CANDIA AROMATICA DI PIACENZA, VALIDA PER LA SANTA MESSA SECONDO LA CURIA VESCOVILE NEL 1989
LE MALVASI(E) POSSONO ESSERE UN GRANDE VINO DEL FUTURO: PURCHE’ CHIARA IDENTITA’-TIPILOGIA
Le uve selvatiche erano a bacca rossa, così la gran parte dei testi storici e citazioni libere, riferiscono. Parliamo di milioni di anni fa. Prima che Noè, come vuole la tradizione, caricasse sull’arca 12 mila anni fa anche alcune piante di vite. Molti sono i reperti che individuano la zona dei monti caucasici, luogo dove “atterrò” l’arca di Noè, il punto di partenza della diffusione della vite nel mondo europeo e non solo. Ancora oggi diversi ricercatori, IN Georgia e valli limitrofe verso la Mesopotamia e verso il Mediterraneo, hanno trovato reperti e fossili di 6000 anni avanti Cristo che dimostrano la coltivazione della vite e la produzione del vino.
E’ dal medio oriente, dalla Anatolia all’Egitto, che per millenni e secoli, si commercializzò il vino prodotto: come il famoso vino (rosso e poi bianco) dolce, alcolico, prodotto sulle coste di Alessandria d’Egitto. L’antenato dello Zibibbo attuale, dei vari Moscati, delle diverse Malvasie: tutte le uve attratte dalle api che i romani chiamarono “apianee”.
Mosè (fra il 1200 e il 445 a.C.) raccolse sul monte Carmelo grappoli giganti di uva, vicino alla terra promessa, divenuti simbolo ebraico, e ne fece vino. Gesù scelse il vino per l’Ultima Cena basandosi sulle antiche tradizioni. Sicuramente era un vino rosso, ottenuto da uve nere.
Leonardo da Vinci, amante del vino bianco, modifica il colore nel famoso quadro (1495). Ufficialmente è il Concilio di Trento (1550) che autorizza l’uso del vino bianco.
Nel 1987, a Cocconato d’Asti nel  Monferrato, si costituì un comitato scientifico sul vino della Santa Messa, e Piacenza era rappresentata perché si stava svolgendo la ricerca, sui Colli Piacentini Doc, del Vin Santo di Vigoleno, della Malvasia Doc e si stava scrivendo il disciplinare di produzione del vino della Santa Messa ottenuto dalle uve di Malvasia di Candia Aromatica coltivata a Vicobarone (Ziano-Val Tidone), grazie alla disponibilità di un produttore, il dott agr. Paolo Sforza Fogliani insieme al sottoscritto con le indicazioni del prof Mario Fregoni.
Il fabbisogno annuo di vino idoneo e certificato per la santa Messa è circa di 10 milioni di litri annui. La Diocesi di Piacenza aveva allora bisogno di 150 ettolitri di vino all’anno per officiare tutte le S.Messa, circa 25/50 litri per chiesa.  La bozza del disciplinare del vino della Santa Messa fu consegnato a S.E. Vescovo di Piacenza l’allora mons Manfredini che ne approvò la formulazione e la stesura con alcune modifiche. S.E. fu molto disponibile, diede massimo valore ed appoggio conoscendo anche l’antica “ provenienza” dell’uva originaria della Malvasia… sicuramente non molto lontano dal monte Carmelo.  
Il diritto canonico non menziona il colore del vino, definisce la dose giornaliera di 30 ml di vino consacrato da utilizzare nella Santa Messa, l’alcol deve essere naturale e alto, senza alcuna aggiunta, quasi liquoroso e denso perché deve conservarsi almeno per un anno nei refettori delle chiese, anche in viaggi di spostamento, nei trasporti dai centri di produzione. Per questo che è obbligatorio avere l’autorizzazione della curia vescovile della diocesi locale, quindi le cantine sono poche e i vini riconosciuti pochissimi, come pure i vignaiuoli devono seguire il codice canonico rinnovato nel 1983 da Giovanni Paolo II°, punto di riferimento per il disciplinare approvato a Piacenza nel 1989.
Il vino per la liturgia deve essere solo frutto della spremitura dell’uva della vite, non devono essere corrotte (canore 924 paragrafo 3) e sempre controllate da un vicario foraneo, rinnovata obbligatoriamente ogni 2 anni. Per secoli gli unici depositari del diritto di produzione, con il sigillo della Curia, furono solo monasteri, da qui i famosi “broli di vigna” dentro i conventi maschili non femminili e poi le vigne dei “benefici parrocchiali”. E’ l’abate Rozier, nel 1793, che per primo descrive e lega l’origine “egiziana” dell’uva Zibibbo con le uve Moscato e Malvasia italiane, idonei e ideali per il vino liturgico, da qui anche l’omonimia o sinonimia fra Zibibbo, Cap Zibibb, Moscato d’Alessandria. Addirittura, in egiziano, zibibb viene usato per definire genericamente l’”uva secca”, ovvero l’usa seccata e passita al sole come era prassi per produrre i vini liquorosi, alcolici, dolci.
Il vino ha sempre attirato e legato la vita e il mito di tante divinità anche pagane: Noè in Assiria era il dio del vino, Osiris in Egitto già 4000 anni a.C., Dioniso in Grecia, Saturno a Creta, Fufluns per il popolo Etrusco, Bacco per i Romani, Giano nel Lazio, Aratal in Arabia, Brahama in India, Gerione in Spagna.

 

 

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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