Vino donna-uomo, consumi Svezia e USA, raffronto e soluzione

Vino donna-uomo, consumi Svezia e USA, raffronto e soluzione

 

Articolo sul vino donna-uomo, consumi Svezia e USA, raffronto e soluzione
VINO BIOLOGICO E CONSUMO DEL VINO, C’E’ UN NESSO?
INCONTRO VIRTUALE FRA STOCCOLMA E NEW YORK.
IL VINO SIMBOLO DI PACE
Può un calice di vino essere fautore di pace? Può unire popoli diversi? Può essere fonte e stimolo di integrazione sociale? In una società in forte cambiamento, in una società dove il singolo interesse sovrasta il beneficio collettivo, in un mondo dove si innalzano barriere su tutti i temi, in un mondo della comunicazione dove la cultura personale della materia non conta e tutti possono diventare insostituibili se hanno un buon motore di ricerca che spinge e cliccano molti mi piace, o tag, o post.
In un mondo che è in crisi su tutto dai valori etici alla responsabilità, dove la meritocrazia è vista come un sopruso o una prevaricazione… può un calice di vino stemperare gli animi, rendere conviviale anche uno scontro ideologico, può unire anche astemi e sommelier, può esistere un sano e saggio connubio?
Ben viaggiando da una enoteca all’altra, da una cantina all’altra, da un paese all’altro, da una fiera all’altra può capitare di scopriere lati oscuri del potere del vino. Certo che occorre andare molto oltre ad un twitt o un blog, ad un mipiace o a un click.
E se non c’è cultura profonda, storia personale è difficile mandare un segnale chiaro: essere banderuole e andare dove il vento del successo personale o del risultato immediato non aiuta. Purtroppo politica e digital in questo sono molto simili, effimeri, istantanei. Da sempre, io dico, il vino è donna perché da sempre era la donna di casa che dava “l’indirizzo” del vino da acquistare, imbottigliare.
Oggi è lo stesso anche per il consumo estemporaneo fuori casa, al ristorante, per l’aperitivo. Un po’ di etica, educazione e galanteria non si sbaglia. Nessun luogo comune, nessun pretesto stupido, anche se circa 2/3 dei blogger e comunicatori cibo-vino sono donne.  Eppure è così: non è un questione antropologica di diversità di genere, ma giustamente di capacità, di gusto, di attenzione, di interessi, di curiosità, di intelligenza. E guarda caso mi è capitato di riscontrare gli stessi pareri e risultati a Stoccolma come a New York, ma assai diversi a Madrid e a Roma.
Per esempio in Usa il consumo di vino, fra uomini e donne, è paritetico, mentre a Stoccolma è maggiore l’interesse femminile al vino ma con una enorme differenza in termini di estremismi: la donna svedese non eccede quasi mai. E’ altresì interessante constatare da diversi sondaggi e indagini come quelli di WI, IWSR, WSA e DWI come il consumo maschio-femmina di vino sia estremamente diverso, articolato ma anche molto simile in certe culture. Gli stessi riscontri Americani si hanno in Canada, Australia, Nuova Zelanda, mentre in Cina, come in Germania e in Russia è maggiore l’interesse maschile al vino. L’opposto invece in Giappone e in Gran Bretagna.
L’età e l’istruzione spesso ribaltano i parametri e i rapporti per cui , ma questo è molto generalizzato in tutti i paesi, nella fascia di età fino a 35 anni è più evidente il consumo di vino fra i maschi, questo si rovescia nella fascia oltre i 60 anni.
Quindi New York e Stoccolma sono molto simili per il consumo di vino, addirittura esprimono la stessa impostazione e valutazione fra le giovani generazioni soprattutto studenti e laureati o al primo impiego. Negli ultimi 4 anni si è notato un calo significativo del consumo di vino fino a 35 anni nelle due metropoli mondiali soprattutto fra le donne…spostando il consumo di bevande fuori casa sui mixdrinks e sulla birra. Mentre nella fascia di età superiore, sia in Usa che in Svezia, sono le donne le maggiori acquirenti di vino sia in termini di scelta tipologica, di ricerca della qualità e anche di spesa settimanale totale che per singolo acquisto. Cioè le americane e le svedesi vicino alla pensione, magari nonne, realizzate nel lavoro, spesso single puntano ad un consumo di vino di alta qualità, una volta sola alla settimana fuori casa, quotidianamente un calice di vino rosso alla sera in casa.
Inoltre è oramai risaputo che sono i maschi che comprano e consultano, sempre meno, le guide mentre le donne vanno più per passa parola o pe informazione diretta. Un quadro che dovrebbe interessare  molto le imprese, gli addetti al marketing e al commercio del vino nelle imprese, perché queste informazioni sono determinanti per una strategia di impresa. Certamente interessano meno ai blogger, alle instagrammer e alle digitalwebber estemporanee che curano più la notizia e la informazione di superficie e un po’ pettegola. Oggi non interessa più a nessuno se James Bond beveva o beve (!) Champagne Cristal oppure che Paris Hilton andasse matta per le solleticanti bollicine di Valdobbiadene Prosecco. Men che meno interessa se con un branzino si deve bere un Lugana piuttosto che un Soave.
Sono cavilli e dettagli più da parvenu o sfogliatore di gossip che poco hanno a che vedere non solo con l’economia del vino, cosa importante viste le 35.000 imprese esistenti in Italia, ma con il valore tecnico-produttivo-ambientale  che hanno le vigne proprio e soprattutto in termini di coltivazione utile per il territorio. E in questo i consumatori svedesi, soprattutto donne, sono molto chiari.
La crescita del consumo di vino biologico, organico, biodinamico, naturale è forte (+6/8% minimo anno su anno) ma pur sempre un vino pulito, ben fatto, tradizionale ma sanissimo. Infatti in Svezia si inizia a bere vino dai 25-30 anni in su, perché prima c’è in voga lo sballo da superalcolici. Non diffuso in Svezia, ma rappresenta ancora un problema.
In questo il “monopolio” è molto importante e potrebbe influenzare ancor più – già è stato fatto moltissimo negli ultimi 20 anni spostando il consumo – le scelte del consumatore su bevande meno alcoliche.  Oggi il monopolio svedese ha già aggiunto la quota del 20% del totale di vino importato come quota bio, ovvero EkoVin (nel 2012 in Svezia era bio solo il 2% del consumo). In Svezia il vino va di pari passo con il cibo, quindi c’è una forte propensione nei ristoranti italiani e non solo di proporre anche tipicità italiane biofood.  
Questo ha fatto crescere enormemente la considerazione verso l’Italia, superando la Francia perché offriamo una biodiversità territoriale più ampia. Il segnale che mi è stato girato da tanti  svedesi è quello di avere in Italia maggiore attenzione all’enoturismo, di promuovere nei ristoranti svedesi italiani l’enoturismo, perché i flussi turistici verso la penisola sono fortemente in crescita, ma lo svedese vuole toccare con mano quello che gli viene detto-scritto sulle confezioni italiane in patria. Biodiversità e enoturismo deve essere il progetto vero del buonvivere italiano, dello stile, e di un buon business nazionale        

 

 

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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