Vino e tasse: non aprite quella porta!

Vino e tasse: non aprite quella porta!

Se il proprietario di un’industria di trasformazione, che, contrariamente all’azienda agricola, ha obbligo di bilancio e paga le imposte sugli utili, possiede un’azienda agricola, da cui acquista
la materia prima, può facilmente dimostrare di non avere mai utili o di essere sempre in perdita: basta pagare la materia prima (uva da vino nel nostro caso) all’azienda agricola
(cioè a se stesso) a prezzi tali da annullare ogni utile.

I soldi finiscono sempre nelle stesse tasche, ma in questo modo non sono tassati come reddito di impresa. Addirittura se l’azienda agricola è in regime speciale IVA trattiene l’imposta che
incassa, mentre l’industria che la versa, essendo in regime ordinario, la recupera: in pratica c’è un signore che prima paga l’IVA a se stesso, e poi se la fa rimborsare dallo Stato! E ora
ditemi: ho scritto una sequela di strafalcioni? Qualcuno mi dica che non ho capito niente: ne sarei sollevato e, non essendo un esperto della materia, anche un po’ giustificato. Ma, se invece ho
capito bene, allora in questo gioco c’è qualcosa che non quadra.
Si può pensare di porre dei limiti a questa elusione legalizzata nell’ambito di una seria riforma fiscale? E come? Oppure bastano gli accertamenti già previsti dalla legge? Ma sulla
base di quali parametri? Non è solo un problema di equità contributiva, ha pesanti riflessi sul mercato fondiario, almeno in alcune aree, facendo lievitare i valori dei fondi in
modo scollegato dalla loro redditività. E ancora: questo sistema secolare di tassazione dell’agricoltura basato sulle superfici, e quello sull’IVA forfettaria, sono ancora attuali? Non
sarebbe più logico riservarlo alle aziende al di sotto di un certo fatturato o di una certa superficie? Oggi se molte aziende agricole pagassero le imposte sugli utili non pagherebbero
nulla del tutto, visto che sono in perdita, quindi il sistema di tassazione attuale, che dovrebbe favorirle, in realtà le penalizza: al contrario, per quelle (poche) che producono redditi
elevati, non sarebbe equo che contribuissero un po’ di più ai doveri della solidarietà sociale e al bilancio dello Stato, come fanno tutte le altre imprese (in regola) e i
lavoratori dipendenti? E’ vero che tenere una contabilità fiscale è un costo aggiuntivo, ma le aziende di una certa dimensione e tutte quelle basate su accordi societari il bilancio
lo fanno già, ad uso interno, quindi ….
Forse è imprudente scrivere di queste cose: se non lo fa mai nessuno ci sarà un motivo. Forse è colpa del fatto che non ho visto il film “Non aprite quella porta” …

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