Vino italiano in USA: In avanscoperta tra i wine-lovers in California by Giampietro Comolli

Vino italiano in USA: In avanscoperta tra i wine-lovers in California by Giampietro Comolli

Miami, Febbraio, 2020

Articolo di Giampietro Comolli, in avanscoperta tra i wine-lovers californiani

Usa. Il vino italiano alle prese con diverse problematiche

L’export salvezza per molti vini. L’export succube di molte variabili. Errato considerare l’export come panacea globale. Oggi è importante consolidare il mercato interno che è stagnante. La Florida è uno dei paesi al mondo con i prezzi delle bottiglie di vino più alti. Un Bordeaux Aoc base  a 50 dollari la bottiglia in pizzeria. 80 dollari un Prosecco Doc

 

Anche la Florida è importante per “incontrare” il mercato e i canali del vino italiano. Paese particolare dove ricchezza e povertà sono veramente espressione dei due poli: una ricchezza ostentativa e molto kitsch (tanti disegni leopardati in giro). Ma il vino estero piace soprattutto francese e italiano (anche argentino e cileno a più basso prezzo).

Miami 2020 sede assaggio menu

Miami 2020 piatto tipico

Miami incontro in centro con iguana

Miami 2020 cheese assaggio con i vini

Miami 2020 pomodori verdi fritti&granchio

Miami 2020 spiaggia (2)

L’occasione sono stati alcuni eventi “preview” di vini mondiali, non solo tricolori. Miami è una città che da sempre beve vino, fra le più enologiche di tutti gli Usa, con consumi superiori a birra e whisky.

Parliamo soprattutto di vini fermi, ma anche bollicine, bene il Prosecco e qualche Lambrusco, ma la leadership è detenuta dai vini rossi importanti, nomi noti, denominazioni internazionali come Barolo, Barbaresco, Amarone, Brunello e Chianti per l’Italia, Bordeaux, Champagne, Chablis, Bourgogne, Beaujolais per la Francia, Chardonnay,  Cabernet, Merlot, Shiraz, Pinot Nero per altri paesi.

In particolare, Chianti e Brunello, anche per l’ampiezza del prezzo a bottiglia in base alla notorietà, eccellenza e all’invecchiamento, soddisfano una clientela più diversificata, sia consumo domestico che al ristorante. E’ la ristorazione e le “alte” gastronomie che detengono il primato di vendita e consumo di vini in assoluto: per i vini italiani vince quasi sempre il binomio geografico-vitigno.

“Toscana-Chianti” oppure “Piemonte-Barolo” sono etichette che tirano molto, come anche “Venezia-Prosecco” ha un suo spazio molto significativo, giusto o sbagliato che sia la designazione! Nel 2019 le spedizioni alimentari totali tricolori in Usa valgono ben oltre i 5 mld/$, in crescita rispetto al 2018, in crescita da 10 anni, anche se il vino fermo è in calo di valore dell’1,5%, crescono i formaggi italiani.

La Florida punta tutto sul vino italiano: pochissimi gli altri Dop o prodotti alimentari direttamente dall’Italia. Dal 1 gennaio le produzioni francesi, spagnoli e tedesche, seppur gravate già da un 25% di tariffe aggiuntive, tengono bene i volumi, con un fatturato stabile in continuità per tutte le aziende e marchi agroalimentari. Per questo è molto importante che l’Italia attivi e aumenti gli impegni e le spese “promozionali in Usa” soprattutto negli Stati di maggiore percezione, maggiore spesa, maggiore diffusione.

Brand ITALIA: In USA l’Italia deve presentarsi come Italia, e basta

La famosa agenzia di rating McKinsey  li individua in:
Colorado, Vermont, Minnesota, North Dakota, Massachusset, New Hempshire e Miami in Florida.  L’Italia deve presentarsi come Italia, e basta: poi all’interno o dentro o a lato possono emergere i dettagli territoriali, ma l’americano vuole “Italia”. Un grave errore sono gli eventi piccoli, limitati, magari anche doppi per lo stesso prodotto con paternità differenti: occorre massima concentrazione mentale, fisica, di prodotto per dare anche un senso di solidità, di peso, di valore importante dei prodotti, vino e cibi, italiani.

A Miami si vedono già gli effetti dei dazi Usa, per esempio sui vini francesi.  A parte i grandi ordini – come mi è stato confidato – a dicembre 2019 per fare scorta dei cru più noti di Borgogna e dei Bordolesi non ancora tassati, la tariffa del +25% già applicata in Florida si sente molto di più sui vini di primo e secondo prezzo (lowest price) in cui un quarto di dollaro per OneDollar pesa parecchio sull’acquisto, quindi sul numero degli atti di acquisto, sul valore di ogni singolo acquisto.

Se nel 2018-2019 il ticket medio di acquisto del vino era di 69 dollari per volta nell’arco dell’anno, oggi vuol dire spendere più di 105 dollari per le stesse 2 bottiglie di vino. Questo acquirente americano non sembra intenzionato a bere vino straniero con questo onere aggiuntivo.

Viceversa non sembrano risentirne i vini ad alto valore: spendere 100 dollari o 125 dollari per la stessa bottiglia non cambia la vita a quel consumatore. Ho anche ascoltato, in occasione di una degustazione di bordolesi in una location molto glamour,  diverse riflessioni fra importatori e distributori che ho trovato molto in sintonia.

Sui quotidiani locali ci sono molte note contro la politica “protezionistica” dell’amministrazione Trump, ma anche tutti i risvolti negativi sull’ “occupazionale-fatturato” delle imprese americane, assai caro al presidente! Per questo che diversi altri “operatori commerciali” che vendono cibi e alimenti stranieri di grande notorietà e importanza (pizza, mozzarella, Grana Padano, ecc…) si sono associati e presenteranno una mozione davanti alla Casa Bianca contro le tasse sull’importazione di diversi prodotti.

Per carne, formaggi, latticini le imprese Usa, molto vicine all’entourage repubblicana di Trump,  spingono per creare barriere d’ingresso. Ad ogni modo la situazione è molto più complessa e difficile che una semplice applicazione di un surplus daziario. E’  anche la dimostrazione – secondo me – che una politica commerciale internazionale e una normativa del commercio internazionale non ha mai sviluppato una programmazione e organizzazione che fin dalla origine tenesse conto sia delle “scelte” legali e identificative dei vari prodotti che del libero scambio-accesso del consumatore finale.

Purtroppo negli ultimi 40 anni i grandi paesi consumatori, i grandi paesi esportatori hanno – tutti e nessuno escluso dagli Usa alla Cina e dalla UE alla Russia – applicato modelli e sistemi solo “d’impresa e di bilancio” dimenticando tutti gli altri aspetti e principi del libero mercato. Aggravato dagli accordi bilaterali in deroga. Sembra infatti che l’imminente bilaterale Usa-Uk, per cibo&vino, potrebbe mettere in un angolo tutti insieme i 27 paesi UE.

Per gli Usa diventerebbe gioco facile usare su tutti i tavoli la carta del già esistente “protezionismo DOP-DOC europeo”, come scambio ad alto prezzo nelle diverse materie legate al manifatturiero, barattando un maggiore introito fiscale per lo Stato Federale (bilancia dei pagamenti) per un incremento delle vendite dei prodotti nazionali meno controllati e meno garantiti da un marchio collettivo.

Doppia vittoria per le casse federali. Alla faccia anche della più alta certificazione. Purtroppo la UE, già dal tavolo di Lisbona del 1990, non è riuscita a stimolare gli Usa a definire proprie DOP-DOC: le potenti lobbies agroalimentari americane non hanno voluto nessun vincolo.

Solo i vini della Napa e Sonoma Valley hanno cercato le proprie “denominazioni”, 13 Ava (così dette).  Quello che spero è che “certe lentezze” degli ultimi giorni (non solo perché distratti da primarie democratiche e impeachment) siano un segnale di freno dei dazi  al made in Italy.  In ogni caso un ottimo vino Zinfadel californiano non potrà mai sostituire un vino toscano o un Primitivo, di origine e tracciabilità certa,  e neppure un vino cileno o argentino o australiano: per questo occorre un impegno e un investimento forte su <Italia/Vino>  in senso ampio ed elevato.

 

 

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

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Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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