Vino: l'escalation sui mercati di nuovi paesi produttori impone il rilancio del “made in Italy”

La Cia ricorda i successi conseguiti dalle nostre produzioni, ma avverte che i paesi dell’emisfero Sud e la Cina stanno incrementando le superfici vitate e la produzione, aprendo
così ulteriori spazi alle esportazioni. L’Ocm in discussione deve essere orientata in maniera adeguata proprio per rispondere a queste difficili sfide. Più qualità e
“no” ai tagli produttivi. Il caro-euro ci fa essere sempre meno competitivi.

Il vino “made in Italy” è ancora leader indiscusso nel mercato mondiale. La sua qualità e la sua tipicità rappresentano le “armi” che hanno permesso
di conquistare sempre nuovi consumatori. Ma tutto questo è ora a rischio. Sullo scenario internazionale si stanno affacciando e anche affermando nuovi paesi produttori, Cina in testa,
che possono scalzarci, nel giro di un decennio, dal podio. A lanciare l’allarme è la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale evidenzia come la concorrenza, soprattutto
sotto il profilo economico, stia diventando sempre più agguerrita e difficile, quindi, da contrastare.

Basti pensare -rileva la Cia- che negli ultimi dieci anni i paesi dell’emisfero Sud del mondo (Africa del Sud, Argentina, Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Nuova Zelanda, Perù e
Uruguay) hanno aumentato dell’11 per cento la superficie viticola, con aumenti produttivi vicini al 15 per cento (sono state toccate punte anche del 18-19 per cento). E la previsione per
il 2007 è di un ulteriore incremento. Solo in Australia, nonostante la ricorrente siccità, la produzione passerà da 4 a 10 milioni di ettolitri, mentre in Argentina si
arriverà a 15 milioni di ettolitri.

Non solo. In agguato -avverte la Cia- c’è sempre la Cina che ha da tempo avviato un’azione tesa ad aumentare sia la superficie che la produzione vinicola, che oggi è
di circa 5 milioni di ettolitri. Sta di fatto che, come ha rilevato un recente studio, già nel 2010 il primato mondiale per i consumi di vino potrebbe andare al paese asiatico, che
attualmente è al decimo posto nella graduatoria internazionale.

Questa evoluzione del mercato del vino -segnala la Cia- rischia così di sconvolgere in breve tempo l’odierno scenario. Oggi le esportazioni dei paesi dell’emisfero Sud e
della Cina rappresentano più del 30 per cento delle esportazioni mondiali e, se la crescita produttiva proseguirà con questi ritmi, il dato è destinato inevitabilmente ad
aumentare. Dunque, un problema in più per il nostro vino che, nonostante i positivi risultati sul fronte dell’export (cresciuto nel 2006 del 6,5 per cento, in particolare negli
Usa), non deve adagiarsi sugli allori.

Bisogna muoversi nella dovuta direzione attraverso politiche mirate. Ed è proprio in quest’ottica -sottolinea la Cia- che deve tendere la riforma Ue dell’Ocm vino, ora in
fase di discussione finale. Occorre evitare che si proceda a nuovi “tagli” alla vitivinicoltura europea, superando così il sistema delle quote nel più breve tempo
possibile. Accanto a ciò i nostri produttori, che attendono una riforma equilibrata, sono chiamati a sviluppare ulteriormente la qualità che rappresenta il grimaldello per far
breccia sui mercati internazionali, dove troviamo difficoltà nella concorrenza anche a causa di un euro sempre più apprezzato nei confronti del dollaro. E questo è un altro
elemento che gioca a favore del paesi “nuovi” nel settore vitivinicolo. Una sfida che si presenta difficile, ma non certo impossibile, soprattutto se l’Ue saprà bene
tutelare la sua produzione.

www.cia.it

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