VINOITALIA: CRESCE IL FATTURATO DELLE AZIENDE, IL VALORE RELATIVO E IL GIRO D’AFFARI AL CONSUMO…

VINOITALIA: CRESCE IL FATTURATO DELLE AZIENDE, IL VALORE RELATIVO E IL GIRO D’AFFARI AL CONSUMO…

VINOITALIA: CRESCE IL FATTURATO DELLE AZIENDE, IL VALORE RELATIVO E IL GIRO D’AFFARI AL CONSUMO…MA CONSUMI LENTI ANCHE NELL’EXPORT. PERCHE’?

 

Il sistema agroalimentare-enologico italiano (tutti i prodotti agricoli, cibo e vino prodotti in Italia) esporta nei soli paesi d’Europa il 66% di tutto l’export, cioè dei 41,8 mld/euro fatturati verso l’export nel 2018 i 2/3 sono dislocati in Europa.

In particolare circa 8,8 mld/euro sono dati dai prodotti agricoli grezzi non lavorati e cica 33 mld/euro dagli alimenti e cibo confezionato. A questo bisogna aggiungere i 6,2 mld/euro del solo vino (sfuso, confezionato, Dop, spumanti, ecc …).

Secondo CEVES-Centro Studi è un dato importante ma che deve far discutere: troppo concentrato in pochi paesi.

Se poi analizziamo anche alti due paesi “amici” come Giappone e Usa il dato percentuale assoluto è ancora più allarmante.

I primi 8 paesi importatori di alimenti, cibi, vini italiani coprono il 60% del fatturato globale di tutto il settore agro-vino-alimentari.

Da due anni l’Italia sta puntando ad un traguardo record di 50 mld/euro di fatturato annuo senza raggiungerlo.

Nel 2018 la Germania ha raggiunto già nel 2018 un fatturato di 72 mld/euro dell’export agroalimentare.

La Germania è il primo paese al mondo per fatturato export, ma non ha tutto l’appeal, la notorietà, i prodotti Dop-Igp che ha l’Italia anche grazie ai tanti ristoranti “italiani” all’estero.

Nel 2018, il nostro export ha fatturato 7 mld/euro in Germania, 3,5 mld/euro in Gran Bretagna (e siamo in pre Brexit), 4,7 mld/euro in Francia e sta crescendo; 1,7 mld/euro in Svizzera; 1,1 mld/euro in Giappone e negli Stati Uniti un progressivo record a 4,3 mld/euro di fatturato all’origine.

Una riflessioni urgente deriva da un semplice numero e calcolo: su 198 paesi nel mondo, la Francia esporta in 155, la Spagna in 135, la Germania in 75 e l’Italia  in 120 fa cibo e vino.

Abbiamo un gap con la Francia di 35 Paesi scoperti, ben 80 volendo essere presenti in tutti.

Un secondo dato importante, ad esclusione di Germania e Spagna che sono messi peggio di noi, si desume dalla concentrazione dei volumi: appunto l’Italia esporta il 60% del totale in 8 paesi mentre la Francia il 62% in 21 paesi.

Questo dato non solo ci obbliga a una visione più orizzontale, più allagata, più attiva e dinamica su mercati vicini e già punto di riferimenti  da parte delle impese italiane (stanche? sfiduciate? lente? incapaci?…) , ma anche ad intraprendere nuove strade verso nuovi paesi nuovi prodotti, più innovazione tecnologica, più sistemi interattivi, più logistica intelligente, più investimenti.

Avevamo già notato, come Ovse-Ceves,  la grande “mancanza” del sistema imprenditoriale italiano nei primi anni del millennio post ingresso Euro di insegne della distribuzione italiana all’estero, un veicolo fondamentale come è stato Auchan, Sopexa, Jant, Uper per la Francia ad iniziare dal 1980.

L’Italia non ha a disposizione un sistema distributivo proprio, di ampie dimensioni e superfici con una insegna che richiami il nostro paese. Abbiamo perso un gande treno, una grande opportunità non avendo in cambio però ne minor  inquinamento ne più ecostenibilità.

Eppure i nostri “migrati” all’estero hanno saputo fare, con solo retail e porta porta, un gande lavoro. I paesi che mancano all’appello all’Italia non sono grandi mercati, ma sono mercati che già importano alimenti da altri paesi come Australia, Cile, Argentina, Russia….che sfruttano anche l’italian sounding per commercializzare.

Siamo convinti che un modo per combattere il “sounding”, oltre ai proclami, gli allarmi e le denunce europee, sia quello di essere presenti sullo stesso mercato, combattere una battaglia sullo stesso terreno, fianco a fianco, perchè poi il consumatore cinese, indiano, russo, bulgaro, filippino, coreano, brasiliano…si accorge da solo della differenza e capisce anche la differenza di pezzo.

Questi nuovi mercati mondiali non ancora partner nell’export , poi e forse prima, potrebbero essere avvicinati dalle piattaforme web dedicate all’e-commerce.

Piattaforme mondiali in grado di attivare questi contatti e di contribuire alla internazionalizzazione del marchio e dei prodotti ce ne sono, occorre selezionarne alcune, coinvolgerle a livello anche istituzionale nazionale o regionale, in modo che siano un veicolo importante.

Per questo che anche trattati bilaterali, commerciali, con piattaforme anche sovrane può essere un modo nuovo e attuale, certamente veloce per recuperare il gap con altri paesi.

Certo che i contratti devono essere precisi e rispettosi sia del commercio mondiale che della tutela e rispetto delle Dop e delle norme Europee.

Sono anni che come OVSE-CEVES evidenziamo i due grandi temi-problemi del vino italiano (per certi aspetti riferibili anche ad altri alimenti bevande):

  1. un certo lassismo sul mercato nazionale sicuramente accompagnato da un non impegno e voglia pubblica di assecondare e sostenere il processo di diffusione, conoscenza, formazione e informazione al consumo (troppe insegne e ognuna posiziona le proprie allodole e con i prezzi finali che schizzano, mese su mese e anno su anno, dal 2 al 3% in più facendo lievitare l’inflazione e una riduzione drastica dei consumi);
  2. nessuna azione efficace, sia comunitaria che in accordo con gli Stati membri, per ridurre la concentrazione dell’export del vino italiano (si veda il calo del 4-5% in un anno delle spedizioni e consumi di vino in Germania, ma segnali negativi anche da Svizzera e Austria) cercando nuovi mercati, nuovi consumatori, nuovi paesi terzi.

 

Giampietro Comolli

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Giampietro Comolli
Economista Agronomo Enologo Giornalista
Libero Docente Distretti Produttivi-Turistici

Mob +393496575297

Editorialista Newsfood.com
Economia, Food&Beverage, Gusturismo
Curatore Rubrica Discovering in libertà
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