Due notizie, provenienti dalla panificazione industriale, hanno richiamato in queste settimane l’attenzione del mondo dell’arte bianca: in Germania, secondo l’edizione tedesca del Financial
Times, ripresa anche dal Corriere della Sera, la Barilla si prepara a vendere una catena di circa 1000 panetterie, è la maggiore del Paese e fa capo al gruppo Kamps, acquistato dalla
Barilla solo 6 anni fa, le panetterie (pane e prodotti da forno) sommano circa 8000 dipendenti e concorrono per un quinto al fatturato del gruppo.

Il presidente della società italiana, Guido Barilla, commentando qualche mese fa l’acquisizione della Kamps, aveva detto che, vista dall’esterno, l’operazione era sembrata «una
grande opportunità«; viceversa, «è stata un disastro». Da qui, evidentemente, la necessità di dare al gruppo un nuovo assetto.

La seconda notizia viene da Calderara di Reno, borgo del Bolognese, a 13 chilometri dal capoluogo. Riferisce di un fatto che, dal punto di vista industriale, è assai meno rilevante sul
piano economico e finanziario. Ma per la categoria dell’arte bianca italiana pare davvero preoccupante: sia come possibile indicazione di tendenza. sia per la valutazione che ne danno i grandi
sindacati. Più che mai lontani, a quanto pare, dalle ragioni del mondo artigianale e delle piccolo imprese che pur rappresentano, sul piano socioeconomico, un importante per il Paese.

A Calderara, informa la stampa, sono in vista quaranta licenziamenti alla Panifici Italiani, ex-Panificio Corticella.

Flai-Cgil e Fai-Cisl, ha scritto il 20 febbraio scorso la pubblicazione on-line Emilianet (www.emilianet.it), ricordano che le famiglie toscane «proprietarie della Panifici italiani Srl,
possiedono altri panifici industriali in Toscana (Toscopan e Panmod)» e che l’azienda di Calderara «produce pane per le mense scolastiche e ospedaliere, oltre che per la
ristorazione collettiva nonché per la grande distribuzione». La chiusura dell’unico panificio industriale della provincia di Bologna, spiegano i sindacati, «significa, oltre
a lasciare a casa 40 dipendenti, far venire meno un importante riferimento industriale locale, a favore della frammentazione di queste produzioni in panifici più piccoli (copecker), con
sacche di lavoro grigio e sottopagato, e nello scarso rispetto della qualità e della filiera. La stessa Panifici italiani terziarizzerebbe la produzione a tali ‘copecker’, fatturando
comodamente dalla Toscana».

In altre parole: la proprietà dell’attuale Panifici italiani, manterrebbe i propri clienti ma affiderebbe la produzione a piccoli panifici che dovrebbero praticare prezzi di vendita tali
da assicurare un «giusto» margine sia ai detentori del «portafoglio clienti» sia ai rivenditori finali.

Questa presa di posizione dei sindacati merita alcune considerazioni ma è necessario, prima di tutto, identificare bene la parola «copeker». In inglese, assicura un amico che
conosce questa lingua, designa «quello che raccoglie le briciole«; in questo caso, l’ultima entità della catena del mercato, gente che lavora per conto terzi.

Nella visione dei sindacati territoriali, dunque, i panificatori artigiani sono soltanto «gente che raccoglie le briciole». Poco o niente di fronte ai lavoratori dell’industria
minacciati di licenziamento. E altrettanto poco importa il fatto, del tutto trascurato nell’analisi sindacale, che una terziarizzazione come quella ipotizzata innescherebbe inevitabilmente la
decadenza di tante di piccole imprese, che sono da sempre parte attiva del sistema economico e che garantiscono il posto di lavoro a molte persone. Poiché Flai-Cgil e Fai-Cisl sono
giustamente impegnate a tutelare i lavoratori, non è inutile ricordare loro che tali sono anche i dipendenti delle imprese di panificazione artigiana. E, se le parole hanno ancora un
senso, lo sono anche i titolari di impresa. «Lavoratori» che faticano duramente, di giorno e di notte, talvolta anche più di tanti che hanno in tasca la tessera di un
sindacato.

Vale infine la pena di sottolineare che, contrariamente a quanto affermano i più volte citati sindacati, il «rispetto della qualità e della filiera» da parte dei
piccoli panifici non è affatto scarso, visto che si tratta dell’arma più efficace sulla quale possono contare per difendersi dall’attacco dell’industria e della grande
distribuzione. Insomma: è fattore di sopravvivenza e, pertanto, gode del massimo rispetto.