Quando a Vicenza si mangiavano i gatti

Quando a Vicenza si mangiavano i gatti

E’ uno degli sfottò più comuni, un luogo comune diffuso: gli abitanti di Vicenza mangiano i gatti.

Ma, tanto tale detto è diffuso, tanto la ragione dietro a “vicentini magnagati” è ignota.

A fare un po’ di luce, ecco “Perché ci chiamano vicentini magnagati e le mille vite del gatto vicentino”, scritto dal giornalista Antonio di Lorenzo e pubblicato da Terra Ferma editore.
Il testo è una sorta di viaggio, un’investigazione ironica tra gusto e leggende.

Innanzitutto, bando ai pregiudizi: se mai ci sono dei mangiatori di gatti, questi non abitano solo a Vicenza.

Sfogliando i ricettari, scopriamo come il pasticcio di gatto era un piatto comune nella Gran Bretagna del passato (lo afferma Charles Dickens, ne Il Circolo Pickwick) ed è ancora oggi apprezzato in Cina (nel solo Guandong vengono consumati 4 milioni di felini l’anno) ed in Camerun.

Ma basta rimanere in Italia per vedere come tutti gli abitanti della Penisola in tempi di guerra, fame o carestia, non abbiano certo avuto problemi a sbattere la bestiola in pentola.
Ecco ad esempio, un decreto del 1943 firmato dal Ministro degli Interni e rivolto ai prefetti: “È vietata l’uccisione dei gatti per la utilizzazione delle carni, dei grassi e delle pelli. I contravventori incorreranno nelle penalità comminate dall’articolo 650 del Codice Penale”.

Tornando poi a Vicenza, Di Lorenzo esamina le varie fonti del soprannome.

La prima è di tipo storico. Nel 1509, Padova è attaccata dalle truppe di Lega di Cambrai, nemica giurata di Venezia. Un gruppo di padovani si rivolge ad un drappello d’invasori vicentini, mostrando loro una gatta appesa ad una lancia. Lo sfotto è duplice: si rivolge alla macchina d’assedio usata dagli imperiali e li sfida a prendere (possedere sessualmente) la gatta (termine popolare per i genitali femminili).

E poi ci sono diverse leggende.

La prima è riportata dallo scrittore Virgilio Scapin ed è ambientata negli Anni Venti del ‘400. All’epoca, i veneziani invasi dai topi avrebbero chiesto alcune centinaia di gatti a Vicenza (città che sarebbe stata piena di mici richiamati dall’odore di baccalà…): perché i gatti erano tutti spariti “Come se qualcuno se li fosse mangiati”.

Un’altra storia inverte i ruoli: furono i vicentini, preoccupati per l’aumento dei ratti agli inizi del 700 a chiedere alla Serenissima un esercito di mici. A lavoro finito, i felini furono trasportati sotto il monte Berico in barca lungo il Bacchiglione e da lì verso destinazione ignota (lo scrittore suggerisce la pancia dei vicentini).

Arrivano anche le teorie fonetiche: “Per dire la frase “hai mangiato” in dialetto veneziano si pronunciava “ti ga magnà”, in padovano “gheto magnà” mentre nel dialetto antico vicentino si affermava “gatu magnà”, da qui “Il soprannome di “magnagatu” o “magnagati” dato in senso spregiativo dai rivali veneti ai vicentini”. Sembra infatti, spiega il testo, che gli altezzosi abitanti di Venezia amassero attribuire nomignoli offensivi: i pescatori diventavano “mangiasasso”, i ruffiani “magnamaroni” ed i bigotti “magnamocoli”.

Sul tavolo anche un’interpretazione di tipo storico-internazionale.

Nel 1765, Jerome Lalande, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Parigi, visita Vicenza, credendo di trovare la città idilliaca e bucolica, simbolo di un glorioso passato. La realtà e diversa: secondo Lalande, i vicentini sono montanari, rozzi, selvaggi e violenti, al punto che quell’anno c’erano stati in provincia 300 omicidi su 200mila abitanti circa (cioè uno ogni 666 abitanti: 144 volte più di oggi) e che per questa loro rissosità si diceva “vicentini, cani e gatti” oppure “magnagatti”.

Infine, ecco la famosa filastrocca:
“Veneziani, gran signori; / Padovani, gran dotori; /
Visentini magna gati; / Veronesi tutti mati; /
Udinesi, castelani, / col cognome de furlani; /
Trevisani, pan e tripe; / Rovigoti, baco e pipe; /
i Cremaschi, fa cogioni; / i Bressan, tagiacantoni; /
ghe n’è anca de più tristi: / bergamaschi brusacristi; /
E  Belun?
Pòreo Belun / te sè proprio de nisun!”

E la soluzione? Non c’è: tocca al lettore trovare la sua.

Antonio Di Lorenzo, “Perché ci chiamano vicentini magnagati e le mille vite del gatto vicentino”, Terra Ferma 2009, 96 pp., 15 Euro

Redazione
Newsfood.com

Related Posts
Comments ( 2 )
  1. silvano
    22 luglio 2016 at 8:38 am

    non solo i vicentini mangiavano i gatti ,anch ‘io ho mangiato gatti senza saperlo convinto fosse coniglio ! in periodo di miseria era anche un lusso !

  2. Gg
    1 marzo 2017 at 8:48 am

    Giusto due refusi tipografici

    – “e da lì” vuole l’accento sulla “i”
    – si scrive È, non E’
    – “la realtà è diversa” non “e diversa”

Leave a reply